Matteo costretto all'equilibrismo tra le varie anime del Carroccio. C'è il caso Veneto

Borghi: "Ho perso". E Siri si scaglia scontro il "passaporto" alle Camere. Ora si cerca di isolare i leghisti più radicali, vicini ai no vax.

Matteo costretto all'equilibrismo tra le varie anime del Carroccio. C'è il caso Veneto

È un esercizio diplomatico multilivello quello che Matteo Salvini è costretto a mettere in campo sul green pass. Una mediazione che si sviluppa sia cercando la sponda di Mario Draghi prima nella cabina di regia poi in Consiglio dei ministri attraverso l'azione di Massimo Garavaglia e Giancarlo Giorgetti, sia ricercando un punto di equilibrio tra le diverse anime della Lega. Nel Carroccio, infatti, gli umori sul green pass sono tutt'altro che univoci. Se i governatori Luca Zaia e Massimiliano Fedriga sono schierati su un fronte più istituzionale e più vicino al mondo delle imprese, nelle file parlamentari sono molte le posizioni critiche. Una ribellione sposata ad esempio da Claudio Borghi che in serata liquida il decreto come «intollerabile. Ho fatto il possibile, ho perso. Mi scuso con tutti voi».

Al Senato, invece, Armando Siri alza la voce contro la decisione dei questori di palazzo Madama, che hanno reso obbligatorio il certificato verde per partecipare alle conferenze stampa e accedere alla mensa.

Nel corso della giornata le richieste del Carroccio vengono messe nere su bianco da Salvini: «Nessun green pass per i pasti in albergo per i clienti delle strutture; per i mezzi di trasporto, treni, autobus, navi e aerei almeno per tutto agosto; garanzia di scuola in presenza per tutti i bambini; possibilità per tutti di tamponi gratuiti».

Un pacchetto di richieste all'insegna di un mix di realpolitik e necessità di armonizzazione interna, con l'obiettivo di arrivare al green pass day con alcuni punti segnati a favore. La Lega ottiene lo slittamento dell'obbligo del green pass per i trasporti a lunga percorrenza al primo settembre così da tutelare la stagione turistica e l'esenzione per i clienti di ristoranti e bar interni alle strutture, giudicato «una follia» dagli albergatori. Niente da fare per i tamponi gratuiti, invece, ma via libera ai prezzi calmierati per non disincentivare la campagna vaccinale. Così come, nonostante le resistenze leghiste e un lungo braccio di ferro, alla fine passa l'obbligo del green pass per gli studenti universitari.

Se le nuove regole iniziano a prendere forma, la Lega e il «Capitano» devono cercare ora di smussare le posizioni più estreme che continuano a emergere sul territorio. Il 13 luglio scorso quando Salvini scriveva su Twitter: «Vaccino, tampone o green pass per entrare in bar e ristoranti? Non scherziamo», il deputato veneto Alex Bazzaro aveva risposto: «Saluti a Macron e ai politici all'olio di ricino nostrani. Grazie Matteo», annunciando poi la propria partecipazione alla manifestazione dei no pass il 28 luglio a Roma. «Liberi di scegliere. No green pass obbligatorio. Io ci sarò», aveva scritto. Non era il solo. Con lui anche il deputato trevigiano Dimitri Coin. Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è l'intervento del deputato Bazzaro in una tv locale veneta che dice di non essersi vaccinato «per scelta». Il Carroccio Veneto ha preso le distanze dalle posizioni del deputato. E il presidente Luca Zaia che continua ogni giorno a raccomandare di stare in guardia dal virus, probabilmente, non ha gradito certe esternazioni. L'assessore regionale Roberto Marcato, leghista doc, che il virus se l'è beccato, ribadisce che in questo momento delicatissimo dare adito a queste voci è pericoloso. Resta il fatto che ora i vertici leghisti veneti stanno isolando i deputati no vax. Chissà come andrà a finire.

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