Messico, autogol di Donald: rinuncia (per ora) al muro

La minaccia di portare il Paese allo shutdown se i dem non avessero trovato i 5 miliardi. Poi la retromarcia

Messico, autogol di Donald: rinuncia (per ora) al muro

New York Donald Trump fa un passo indietro sul controverso muro anti-clandestini al confine con il Messico per evitare la paralisi del governo federale. Il blocco delle attività non essenziali dello Stato scatterà alla mezzanotte di sabato se il Congresso non troverà un accordo sulla legge di bilancio, e il presidente americano si era detto determinato a ricorrere al cosiddetto shutdown se i democratici non avessero dato il via libera ai finanziamenti per la costruzione della barriera alla frontiera meridionale degli Usa. Il tycoon voleva che il Congresso approvasse un finanziamento da 5 miliardi di dollari, i dem nell'ambito di un accordo sono disposti a stanziarne non oltre 1,6 miliardi. Ora, però, ha accettato di rinviare la realizzazione di uno dei punti centrali della sua agenda, diventato uno dei suoi cavalli di battaglia sin dalla campagna elettorale del 2016.

La portavoce della Casa Bianca Sarah Sanders ha fatto sapere che Trump vuole evitare la paralisi del governo federale per mancanza di fondi, e rinuncia a chiedere l'inserimento delle risorse per il muro nella legge di bilancio. «Troveremo altri modi per finanziarlo», ha detto Sanders. «Alla fine non vogliamo chiudere il governo, vogliamo chiudere il confine. Abbiamo identificato una serie di diverse fonti di finanziamento da utilizzare, che potremmo mettere insieme al denaro stanziato dal Congresso per ottenere quei 5 miliardi di cui il presidente ha bisogno per proteggere il nostro confine», ha continuato. Sanders ha poi spiegato che i negoziati al Senato e alla Camera tra repubblicani e democratici continueranno. Le parole della portavoce di Pennsylvania Avenue non garantiscono ancora il raggiungimento di un accordo, ma si tratta comunque di un cambio di rotta significativo, che potrebbe in qualche modo andare ad appannare l'immagine di Trump agli occhi dello zoccolo duro dei suoi elettori, che conta molto sulla tolleranza zero nei confronti dei clandestini.

Soltanto poche ore prima, su Twitter, il Commander in Chief era intervenuto sul braccio di ferro in Congresso affermando: «L'immigrazione illegale costa agli Stati Uniti oltre 200 miliardi di dollari l'anno. Come è stato possibile permettere questo?». E la settimana scorsa il tema del finanziamento del muro è stato al centro di un'accesa discussione alla Casa Bianca davanti alle telecamere tra Trump e i leader democratici alla Camera e al Senato, Nancy Pelosi e Chuck Schumer. «Orgoglioso di portare il governo allo shutdown per la sicurezza del confine», ha tuonato il tycoon. Schumer ha replicato che i repubblicani non dovrebbero permettere al presidente di chiudere il governo a causa di un attacco di rabbia perché non sta ottenendo quello che vuole sul finanziamento della barriera. E ribadendo poi insieme a Pelosi che i dem non avrebbero mai accettato la sua proposta. In seguito, ha anche fatto sapere che The Donald «non avrà il suo muro in nessuna forma»: «Il presidente dovrebbe capire che non ci sono voti né alla Camera né al Senato».

Il consigliere della Casa Bianca Stephen Miller, sostenitore della linea dura sull'immigrazione, ha invece definito la questione «fondamentale». «La posta in gioco è se gli Stati Uniti rimarranno o meno un paese sovrano - ha detto in un'intervista a Cbs - se possiamo stabilire e far rispettare le regole per entrare nel nostro Paese». La partita però si fa senz'altro più dura per il presidente, visto che con il ritorno della maggioranza democratica alla Camera sarà ancora più difficile avere i numeri necessari per erigere l'agognato muro.

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