"La mia Alice, 3 anni, e le notti in ospedale. Sogno ancora il rumore dei macchinari"

L'infermiera del Policlinico: "Ha iniziato con una febbre. Non parlava, non beveva e non mangiava. Alle mamme dico che il vaccino è prezioso"

"La mia Alice, 3 anni, e le notti in ospedale. Sogno ancora il rumore dei macchinari"

C'è un rumore che Barbara si sogna ancora: il segnale dei monitor. In quelle notti interminabili bastava un «bip» di troppo per farla scattare in piedi con il fiato spezzato. È questo il primo ricordo che le viene in mente ripercorrendo i giorni in ospedale con sua figlia Alice, ricoverata a 3 anni per Covid nell'aprile del 2020 al San Paolo di Milano.

Barbara Cesati è infermiera al centro trasfusionale del Policlinico e di «bip» ne ha sentiti eccome, per anni. Ma quello dei macchinari del letto di sua figlia le rimbomba ancora nelle orecchie.

Ha avuto paura per Alice?

«Molta paura. Mia figlia ha cominciato ad avere la febbre alta ad aprile, non le passava nemmeno con la tachipirina. Aveva la tosse e allora le ho dato l'antibiotico, ma peggiorava. Non si alzava più dal divano, non parlava, non beveva e non mangiava. Il pediatra non c'era perchè era il giorno prima di Pasqua. Un caro amico medico mi ha consigliato di portarla al pronto soccorso».

E lì hanno capito che era Covid.

«Macchè. Era risultata negativa al tampone. Invece ad essere positiva ero io. Quindi i medici mi hanno mandato a casa. Mia sorella, che abita a Ravenna, è salita in macchina, il tempo di fare l'autocertificazione, ed è arrivata per farsi ricoverare con Alice. Dopo poche ore anche la bambina è risultata positiva e sono potuta stare io con lei».

Come sono andate le cose?

«Purtroppo il Covid le ha esacerbato una mononucleosi che io involontariamente ho aggravato dandole l'antibiotico. La lastra evidenziava inoltre un principio di polmonite al polmone destro. Siamo state in ospedale una settimana e poi parecchio tempo a casa. Ho avuto paura, soprattutto durante le prime notti in reparto. Due settimane prima il mio compagno era stato ricoverato in terapia intensiva con una polmonite bilaterale per Covid e ha ricevuto l'ossigeno ad alti flussi, 40-50 litri al giorno. Temevo potesse accadere anche ad Alice. Invece dopo qualche giorno ha iniziato a recuperare».

Ha riportato conseguenze?

«Fortunatamente no, nè fisiche nè psicologiche. Solo una ventina di giorni di spossatezza. Io per alleggerirle il ricovero avevo ribattezzato Jack la pompa infusore e ancora oggi mi chiede che fine ha fatto Jack. Le dico che sta curando altri bambini. Era l'unico gioco che potevamo fare in reparto. Per il resto ci lasciavano il cibo fuori dalla porta. I medici e gli infermieri entravano in stanza, bardati fin sopra i denti, solo per dare i farmaci e somministrare flebo. È stata pesante. Ma mi sono rasserenata quando, al colloquio con la neuropsichiatra, è emerso che la bambina non ha traumi psicologici».

Forse anche grazie a Jack.

«Si, si, anche grazie a lui».

Ora la vaccinerà?

«Nemmeno da chiederlo. Assolutamente sì. Il virus sta viaggiando forte tra i bambini, i vaccinati si ammalano, abbiamo riaperto il reparto Covid in Fiera a Milano. Insomma, non c'è da scherzare. E infine, la nostra libertà ce la teniamo ben stretta. Tra compagno, figli, me ed Alice, abbiamo ripreso ad uscire il 2 giugno 2020».

Qual è stata la prima cosa che avete fatto il 2 giugno?

«Il tampone. E poi un bel giretto all'aria aperta. Non ci sembrava vero. Però abbiamo evitato parchi e giardinetti, siamo stati molto cauti. Ci bastava una passeggiata».

Cosa dice alle mamme?

«A quelle dubbiose dico che il vaccino è uno strumento prezioso e sicuro per uscire da questo incubo. A quelle irriducibili invece non dico niente, tanto non ascoltano e non cambiano idea».

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