Mille donne, zero tabù e un solo rimpianto. Ecco il Veronesi segreto

Spregiudicato e sexy, la vecchiaia era una gabbia. Che peccato non aver battuto proprio il suo cancro

Mille donne, zero tabù e un solo rimpianto. Ecco il Veronesi segreto

Sexy e cinico, Umberto Veronesi era il bianco e il nero. Angelo e demone. Come ognuno di noi, forse un po' di più. Rapace, determinato, un'intelligenza spietata unita a un'impetuosa umanità. A novant'anni suonati, non aveva alcuna voglia di dedicarsi alla propria autobiografia. «Se non ti va, Umberto, la scriverò da sola. Sarà una biografia non autorizzata», lo sfido. «In effetti le biografie non autorizzate sono sempre spiacevoli... d'accordo», si convince all'istante. Un compromesso che somiglia a un sottile ricatto, il nostro, lui, refrattario com'è al moralismo italico, è attratto dalla mia spregiudicatezza, io irrimediabilmente sedotta dalla sua verità elementare: nulla è tabù. Che si parlasse di chirurgia mammaria o transessualismo, di corna coniugali o congressi medici, Umberto ti guardava dritto negli occhi con la battuta pronta, l'eloquio sciolto, quella brillantezza d'ingegno che, a novant'anni, gli conferiva ancora un'enorme dose di sensualità. «Se solo fossi più giovane, Annalisa», e io sorridevo, scattavo un selfie e lui commentava: «Lei è bella ma il vecchietto accanto...». Non celava il disagio profondo per la convivenza forzata con la vecchiaia, quel corpo che cambia e non risponde più ai tuoi ordini. «Sono finito in gabbia, relegato in una quotidianità che ho sfuggito per una vita intera». E poi, mentendo, ripeteva: «Io non voglio essere ricordato. Non credo di aver avuto una vita interessante». Sapeva che non era così. Allergico ai bilanci esistenziali («Quel che è stato è stato. Non si può tornare indietro»), serbava un unico rimpianto: non essere riuscito a sconfiggere il cancro che, per uno strano gioco del destino, ha sconfitto lui. Umberto Veronesi ha operato oltre trentamila donne, ne ha sedotte una cifra non meno ragguardevole. «A me le donne sono sempre saltate addosso, non riuscivo a scansarle», sorrideva sornione. Femminista ante litteram, gli piaceva definirsi così, inventa la chirurgia mammaria che consente di asportare il tumore conservando il seno. Diventa l'idolo dei circoli femministi che acclamano il medico, sconosciuto ai più, che rivendica il valore della sessualità femminile: il seno serve non solo ad allattare ma anche a raggiungere la pienezza della propria esperienza sessuale. Umberto ha desiderato la vita avidamente, con bramosia, dote che contemplavo in lui senza riuscire a comprenderla. A novant'anni, tre volte la mia, era affamato di vita. Di essa ha accolto gioie e dolori, perfidie e delusioni, ha trangugiato, con ingordigia, ogni boccone più o meno amaro per poi rialzarsi, ogni volta, più forte di prima. La carriera, la scienza, il progresso. Si è fatto da solo, nessun santo in paradiso. Ha sacrificato gli affetti? Per sua stessa ammissione. «La giornata dedicata ai figli era la domenica, a meno che non fossi in viaggio. A loro, più che il tempo, ho trasmesso un esempio di fatica e determinazione. Hanno imparato che nella vita devi guadagnarti ogni cosa perché nessuno ti regala nulla». Figlio di un fittavolo in una cascina di campagna, diventa cittadino quando la mamma, rimasta vedova, si trasferisce con la prole in città, da lì il giovane Umberto spicca la propria personale corsa verso l'autoaffermazione. Quando dà il via alla prima sperimentazione contro il tumore al seno, sa bene che è in gioco la sua carriera: se fosse morta una delle donne che firmavano il consenso informato prima di sottoporsi all'intervento meno invasivo, la sua vicenda professionale si sarebbe di colpo interrotta. Umberto rischia, e vince. Per una vita intera ha frequentato e usato i centri del potere, politico economico finanziario, al solo scopo di realizzare i progetti che gli premevano. Abile camaleonte, amico della destra e della sinistra, europeista convinto, grazie a Enrico Cuccia, e non solo a lui, ha messo in piedi l'Istituto oncologico europeo, la sua punta di diamante. Le parole, le mie, si fermano qui. L'assenza resta, chissà fino a quando. Gli anni passano, e alcuni grandi italiani scompaiono senza che all'orizzonte si scorgano degni sostituti. Ciao, Umberto. Il vecchietto accanto non c'è più.

Commenti