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Morandi, 12 anni a Castellucci. Stangati gli ex vertici Autostrade

Condannati 32 imputati su 57, inflitti 200 anni di carcere. Le responsabilità degli allora manager di Aspi, Spea e Mit. I legali dell'ex ad: "Capro espiatorio"

Morandi, 12 anni a Castellucci. Stangati gli ex vertici Autostrade
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Una colpa terribile, quarantatrè morti in una tragedia che si poteva e doveva evitare, e di cui ora devono rispondere gli uomini che del rischio immanente avevano coscienza.

Per la sentenza sul disastro del Ponte Morandi, arrivata ieri a quasi otto anni dalla catastrofe, quelle colpe, quelle consapevolezze che molti hanno tentato di negare, portano nomi e collocazioni precisi: i vertici di Autostrade per l'Italia, l'azienda che il gruppo Benetton nel 1999 aveva rilevato dallo Stato, e di Spea, la società controllata dalla stessa Aspi che avrebbe dovuto effettuare i controlli. Colpevoli, ma in secondo piano, anche gli uomini del ministero dei Trasporti che avrebbero dovuto vigilare. Fu questa triade di inefficienze - proprietario, manutentore, controllore - che rese possibile la strage di Genova, alle 11,46 del 14 agosto 2018.

Da questa ricostruzione discendono le pene che il tribunale presieduto da Paolo Lepri infligge nella sentenza pronunciata alle 14 di ieri. La più pesante colpisce il manager che di questo processo è stato l'imputato numero uno, Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Aspi, che non ha mai smesso di rivendicare la propria innocenza: dodici anni di carcere, meno dei diciotto che aveva chiesto l'accusa, ma che si vanno ad aggiungere ai sei che sta già scontando a Opera per un altro disastro.

Subito dietro di lui, con undici anni, un altro uomo dei Benetton, Michele Donferri Mitelli, responsabile della manutenzione di Aspi, dieci anni per Maurizio Ceneri e Emanuele De Angelis di Spea, poi via a scendere. Il più alto in grado tra i funzionari del ministero a venire condannato è Mauro Coletta, dirigente della vigilanza sulle concessioni autostradali.

Una sentenza dura, come si vede, che però ridimensiona in modo sostanziale le conclusioni cui era giunta la Procura della Repubblica, rappresentata dai pm Walter Cotugno e Marco Airoldi. Alcuni reati spariscono, a quasi tutti - Castellucci compreso - vengono riconosciute le attenuanti generiche. Così a molti dei condannati vengono inflitte pene dimezzate o quasi rispetto alle richieste dei pm: il caso più vistoso Gabriele Camomilla, che era direttore delle manutenzioni di Aspi sia ai tempi in cui era pubblica sia sotto i Benetton: la Procura aveva chiesto quattordici anni, se la cava con sei.

Il dato più vistoso è quello delle assoluzioni: delle 55 richieste di condanna ne vengono accolte solo 32, tra gli assolti con formula piena ci sono anche imputati per cui erano state chieste pene pesanti come Alberto Ascenzi e Franco Rapino di Spea, candidati dalla Procura a sette anni di carcere. Complessivamente il tribunale infligge circa 200 anni di carcere al posto dei 389 chiesti dai pm.

È il segno che i giudici hanno scavato meticolosamente nelle posizioni di ciascuno dei 57 imputati, valutando caso per caso il ruolo diretto ricoperto, le notizie di cui disponeva, i comportamenti tenuti. Il risultato è una sentenza che da un lato fa indignare i condannati ("Castellucci è un capro espiatorio: si è cercato il colpevole e non la colpa.

La sua unica colpa è quella di essere innocente", dice il suo difensore Giovanni Accinni), dall'altra soddisfa sostanzialmente i familiari delle vittime (una parte dei quali già usciti di scena dopo il risarcimento).

E con loro il sindaco di Genova Silvia Salis ("una giornata da enorme peso storico per la città") e il ministro dei Trasporti Matteo Salvini: "Chi sbaglia deve pagare".

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