Morandi, controlli "saltati" anche quando era statale

Colpo di scena al processo: già nel 1993 la pila 9 fu ignorata. E le autostrade erano pubbliche

Morandi, controlli "saltati" anche quando era statale

Ci sono quelli, come Giovanni Castellucci, ex amministratore ed ex presidente di Autostrade, che sanno benissimo perché sono qui. E poi ci sono quelli che invece non lo sanno affatto. Perché intorno alla prima udienza di massa dell'inchiesta sul crollo del ponte Morandi si respira un'aria vagamente caotica, come se la immane complessità della matassa da sbrogliare - capire perché e per quali colpe un capolavoro dell'ingegneria sia schiantato al suolo portandosi dietro quarantatrè vite - stia prendendo il sopravvento. Come se anche questa tragedia portasse in sé il destino segnato di altre tragedie italiane, inghiottite da un tempo infinito in cui tra manovre, ricorsi, pasticci e prescrizioni le responsabilità dei singoli affogano in una nebulosa dove la loro conta affoga nel vago e nell'opinabile. Punto d'arrivo, la delusione delle vittime.

Stavolta non finirà così, assicurano gli inquirenti. Ma le premesse ci sono tutte. Basta venire qui, davanti al brutto tribunale di Genova, dove da lunedì cento avvocati tra l'esausto e il rassegnato ascoltano i periti del giudice parlare di modelli matematici, corrosione dei metalli, punti di rottura. Gli avvocati hanno accanto i loro tecnici che però non possono aprire bocca, «al massimo ci tirano per la giacca, sussurrano una domanda e poi dobbiamo farla noi sperando di averla capita bene». E già questa di azzittire - scelta inconsueta per non dire inedita - i periti delle difese suona come un segnale di debolezza dell'accusa, come se i pm temessero che nel contraddittorio salti fuori che qualche certezza non è poi così certa. Segni di debolezza sono in fondo anche altri, l'avere allargato l'indagine a temi che con il crollo del Morandi non c'entrano nulla, tipo le barriere antirumore, ma utili ad attizzare, come se ce ne fosse bisogno, l'esecrazione popolare. E soprattutto l'avere allargato a dismisura l'elenco degli indagati, tirando dentro praticamente chiunque sia passato negli ultimi anni nella gestione nazionale o ligure del ponte, prima del 1999 quando le autostrade erano pubbliche o dopo, quando erano private ovvero dei Benetton. Col risultato che ci sono quelli come Gabriele Camomilla, manager di lungo corso che ha attraversato le due gestioni, e come altri della sua generazione, che si trovano chiamati in quest'aula senza sapere esattamente da quali tra le miriadi di fatti, di errori, di negligenze affastellati dai periti dovranno provare a discolparsi.

La stessa Procura ammette in qualche modo di averla presa un po' larga, e lunedì il pm Paolo D'Ovidio fa sapere con garbo che «non è escluso che la lista degli indagati possa essere sfrondata al momento della chiusura delle indagini», e quindi qualcuno che oggi è nel mirino possa cavarsela senza processo. Il messaggio della Procura non passa inosservato, e nel parterre degli avvocati finisce con il rafforzare la sensazione che circola dall'inizio. E cioè che per i pm nei cinquant'anni di vita del ponte sul Polcevera il tornante dove si innesca la catena di eventi e di colpe che il 14 agosto del '18 porta giù il viadotto, si imbocchi quando entrano in scena i Benetton: cioè quando entra in scena la logica diabolica del profitto, del risparmio, dei dividendi.

Delle omissioni vere o presunte di Castellucci e dei suoi pullulano gli atti di indagine e gli articoli di giornale. Ma prima, cos'era successo? Andare troppo indietro non ha senso, è morto il grande progettista Morandi, è morto Loris Corbi, il re andreottiano e piduista della Condotte d'Acqua, che costruì il ponte a tempo e costi da record. Però poi ci sono i ventidue anni successivi, quando sull'asfalto italiano regna ancora l'Iri, e durante i quali i segnali d'allarme si susseguono. Quanto netti, quanto espliciti: questo sarà il terreno di battaglia del processo. Nei fascicoli delle difese ci sono i fatti del 1993, quando si scopre il degrado delle infiltrazioni della pila 11, si interviene, si aggiusta. Ma della pila 10 non ci si occupa e neanche della 9, quella che venticinque anni più tardi, alle 11.36 della vigilia di Ferragosto, viene giù. «Il ponte Morandi durerà fino al 2030», assicurarono nel 1993 i tecnici, compresi i luminari del Politecnico di Milano. Come è possibile, chiedono ora i difensori, che gli allievi di quei luminari firmino la consulenza del giudice?

L'unica certezza per ora è che il Morandi non univa solo due sponde di un torrente ma due epoche, l'Italia del boom di Stato e il paese dei capitali selvaggi: e forse non è possibile capire il crollo senza capire le dinamiche di quei due mondi. Intanto però la prescrizione corre, la Procura si mostra tranquilla perché all'omicidio colposo aggiunge aggravanti che la spostano in là. Ma sono le stesse aggravanti che erano servite a tenere in piedi l'accusa per un altro disastro, il rogo ferroviario di Viareggio, ed è finita come si sa.

Dal crollo del Morandi tra poco saranno passati tre anni.

(1. continua)