C'è un limite di profondità oltre il quale sarebbe meglio non spingersi. E non parliamo dei metri sott'acqua in cui hanno perso la vita i cinque italiani alle Maldive, ma dell'unità di misura del dolore e della morbosità. Due binari che, mediaticamente, non si incontrano mai. E sui quali ci si interroga di rado. Mentre da giorni va in onda una sorta di telecronaca minuto per minuto delle operazioni di recupero e sforniamo (sì, usiamo il plurale perché lo stiamo facendo anche noi) alla velocità della luce articoli sulle modalità di azione dei soccorsi, sugli strumenti tecnici utilizzati e mai sentiti finora - uno fra tutti il rebreather, altresì detto Ccr, Closed Circuit Rebreather, sistema usato dai sub finlandesi - e sulle nozioni di geofisica e speleologia sottomarina riaffiora alla mente l'angosciosa diretta di 18 ore a reti unificate ambientata a Vermicino. Con una differenza di non poco conto che aveva un nome: speranza. In quel tragico giugno del 1981 le ricerche riguardavano Alfredino Rampi, un bambino di sei anni che sperava insieme all'Italia intera di essere salvato. E già all'epoca fu messa all'indice - a posteriori - la spettacolarizzazione del dramma. Che però aveva in qualche modo un senso, anche giornalistico. Nella grotta di Devana Kandu invece la speranza è già svanita. A distanza di 45 anni, non abbiamo fatto passi in avanti.
È diritto di cronaca anche raccontare il recupero dei corpi, si dirà, ma il diritto del dolore? Quello che stanno vivendo i familiari delle vittime, ecco, esattamente, quel diritto a che livello di profondità si trova? E chi tra i vari esperti interpellati in queste ore può avere una risposta?