Muore per salvare la figlia che rischia di annegare

Sessantunenne colpito da infarto in acqua. La tredicenne era in difficoltà con due sue amiche

Beato quel paese che non ha bisogno di eroi, certo. Lo diceva Bertolt Brecht e ogni tanto piace a noi giornalisti citare questa frase, che così bene si adatta all'Italia, terra di eroi, di santi e di nuotatori. Sì, di nuotatori. Nuotatori del venerdì, nuotatori con gli occhiali da vista e le spalle strette, che si gettano in acqua per salvare il salvabile, per salvare i salvabili. E ci rimettono la vita. Lasciando noi - asciutti e vivi - a filosofeggiare di coraggi e ardimenti vari. Che faccia tosta, noialtri.

Ma il mondo è questa roba qui. Chi fa il giornalista racconta le vite degli altri, chi fa il padre vede la figlia in difficoltà e si butta, lo farebbe chiunque probabilmente (ma poi chissà). Lui, da parte sua, l'ha fatto. Lui è Fernando Porcu, un uomo di anni sessantuno di Villamar, nell'interno del Sud della Sardegna. Fernando ieri era con la figlia di tredici anni sulla spiaggia di Gutturu 'e Flumini, a Marina di Arbus, nella Costa Verde. Una spiaggia lunga, dorata, assediata da scogli inverditi dalla macchia mediterranea, odorosa di ginepro e di mirto. Un paradiso domestico e feriale, ma pur sempre un paradiso, per usare un altro cliché da scribacchini. Ma anche un tratto di mare tra i più pericolosi dell'isola dicono quelli che lo conoscono bene, per i venti che lo spazzano e che lo rendono un luogo buono per essere domato da surfisti dalle gambe di ferro, per le correnti che ti sequestrano e ti inghiottono se gli dài confidenza.

Fernando è in spiaggia, subito dopo pranzo. Guarda la figlia come fa un padre. Probabilmente ha sentito parlare di quanto fosse carogna quel mare e non è tranquillo. E infatti. A un certo punto Fernando vede schizzi e schiamazzi. Capisce che la ragazzina e due sue amiche sono in difficoltà, in balìa di quelle fottutissime acque. E si getta nell'acqua senza pensarci un attimo. Chissà se sapeva nuotare bene, magari no, magari è solo il sentimento che straccia la ragione. Raggiunge le ragazzine, provato a distrarre il destino che nel frattempo da vero farabutto mostra le sue vere intenzioni, ce l'ha con lui. Si sente male: la paura, lo sforzo, l'ansia, l'età, un fisico molto diverso da quello dei surfisti con la tartaruga al posto delle maniglie dell'amore. Amore paterno, accidenti.

Il cuore grande di Fernando si arrende. Qualcuno lo vede, lo raggiunge, cerca di salvare il salvatore. In quel momento l'eroismo è un incidente, un impaccio, i filosofi non hanno nessuna importanza, fanno solo perdere tempo. E muore, mannaggia. Quando lo riportano a riva il paradiso ha cambiato la destinazione d'uso trasformandosi in inferno. Un elicottero volteggia, l'ambulanza del 118 sgomma sulla sabbia fine, sulla spiaggia c'è silenzio. È così che finiscono le storie maledette, è così che finisce una vita. Le ragazzine nel frattempo sono sane, salve, spaventate, straziate. La figlia va all'ospedale più vicino per un controllo, sta bene; le altre due nemmeno quello. Tutte e tre ricorderanno per sempre quel venerdì iniziato tra i sorrisi e finito con i capelli e gli animi bagnati.

Racconteranno i testimoni, e ricostruirà la Guardia Costiera di Oristano, che Fernando si è lanciato in acqua senza esitazione. Che ha provato a salvare ciascuna delle tre ragazze senza distinzioni, erano tutte figlie sue in quel momento. Diranno sicuri: «Quell'uomo è stato un eroe»

Eroe. Che parolone. Preferiremmo saperlo vivo e con gli occhiali, e noi a scrivere di altre faccende.

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