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Navi di scorta insufficienti e le incognite per Kharg: le opzioni (e i rischi) Usa

Mancano dragamine e cacciatorpedinieri. Il blitz sull'isola aprirebbe una fase critica

Navi di scorta insufficienti e le incognite per Kharg: le opzioni (e i rischi) Usa
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Stavolta Donald Trump sembra aver dimenticato che i mari sono le vene giugulari del commercio. Un svista non da poco. Soprattutto per un grande uomo d'affari. Una svista che rischia di costargli cara. Liberare Hormuz non è uno scherzo. E conquistare il terminale di Kharg - situato di fronte al Kuwait e a ridosso della sponda nord orientale del Golfo Persico - non è un gioco da ragazzi. Soprattutto se nessuno dei tuoi alleati è disposto a darti una mano. E peggio ancora se l'"armada" spedita a fronteggiare l'Iran non è stata pensata per quel tipo di operazioni.

Per conquistare Kharg bisogna passare da Hormuz. Dunque bisogna liberare un collo di bottiglia che nel punto più stretto non supera i 16 chilometri. Altrimenti le navi anfibie mandate a prendere il terminal rischierebbero di restar bloccate nell'attuale ingorgo di petroliere. E non avrebbero una scorta sufficiente per attraversare indenni i 480 chilometri di mare tra lo stretto e il terminale. Liberare Hormuz scortando le petroliere verso l'Oceano Indiano è dunque il primo indispensabile passo. Ma le squadre navali guidate dalle portaerei Gerald Ford e Abraham Lincoln, pur contando dozzine di navi, non sono attrezzate per farlo. Questo tipo di operazioni richiede infatti la presenza di dragamine e cacciatorpedinieri. Le dragamine, di solito almeno due, guidano il convoglio di navi commerciali da mettere in sicurezza. I cacciatorpedinieri ne proteggono la testa, i fianchi e la retroguardia. In base a queste considerazioni gli esperti di tattiche navali calcolano che la scorta di dieci petroliere richieda la presenza di altrettante navi da combattimento. Al momento però i cacciatorpedinieri classe Arleigh Burke della Marina statunitense mandati in Medio Oriente sono appena otto. Dunque bastano appena a scortare un convoglio.

Inviarne altri non è facile. I 42 cacciatorpedinieri della Marina Usa attualmente operativi sono sparsi tra le basi di Atlantico, Pacifico ed Estremo Oriente. Con i dragamine va ancora peggio. La marina Usa non ne ha neppure uno in zona. Dunque lo svuotamento del Golfo e l'avvio di una spedizione navale verso Kharg potrebbe richiedere settimane. Settimane segnate dalle incursioni e dal fuoco dei droni e dei barchini veloci armati di missili con cui i pasdaran si addestrano da anni a contrastare una presenza nemica nel Golfo. Il tutto in una situazione dove la manovrabilità delle navi da guerra e delle petroliere, soprattutto nella parte più angusta dello stretto, è assai limitata. In vista della successiva operazione su Kharg lo svuotamento di Hormuz potrebbe essere "facilitato" da raid aerei sulle postazioni costiere della Repubblica Islamica. I raid rappresenterebbero il prologo di una serie di sbarchi sul litorale iraniano indispensabili a ripulire la costa, distruggere le postazioni missilistiche e rendere più complesse le operazioni dei barchini. Ma lo sbarco, seguito da un'impegnativa operazione di terra, richiederebbe l'impiego di migliaia di marines. Col rischio di perdite consistenti. I marines si confronterebbero, infatti, con un nemico che conosce alla perfezione il territorio e si prepara da decenni allo scontro.

Ma se il vero obbiettivo di Trump è la conquista di quel terminale di Kharg da cui passa il 90 per cento delle esportazioni di greggio iraniano allora lo sblocco di Hormuz rappresenterebbe solo l'inizio di una guerra lunga e sanguinosa. Una guerra in cui le truppe americane impegnate a risalire i 480 chilometri del Golfo Persico per poi sbarcare a Kharg si ritroverebbero costantemente sotto la minaccia dei droni e dei barchini esplosivi.

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