Nel feudo romano della destra: "Ma quale fascismo, qui si muore di fame"

Ex roccaforte del partito comunista, Tor Bella Monaca è l'unico quartiere romano ad aver resistito allo tsunami rosso che ha investito la città: "Siamo stufi delle chiacchiere, qui la gente cerca da mangiare nei cassonetti, serve concretezza"

Nel feudo romano della destra: "Ma quale fascismo, qui si muore di fame"

"La retorica sul pericolo del ritorno del fascismo qui non ha attecchito". Nicola Franco è avvolto in un cappotto blu, il primo giorno da presidente dell’unico municipio romano conquistato dal centrodestra lo ha trascorso così: con un pennello in mano a ridipingere il muretto che porta agli uffici municipali. "Durante i festeggiamenti - racconta - qualcuno lo aveva sporcato con delle pedate, ed io sono uno a cui piace dare il buon esempio". Capogruppo uscente di Fratelli d’Italia, Franco è uno della vecchia scuola. Viene dal Msi. La testa non se l’è montata. "Sembra che Tor Bella Monaca sia diventata l’ombelico del mondo, mi chiamano l’ultimo dei Mohicani, Highlander, ma io mi sento lo stesso di ieri, solo un po’ più contento".

Il giorno dopo la debacle del centrodestra ai ballottaggi, tutti vogliono carpire il segreto della sua vittoria. "Nessuna formula magica - assicura lui - solo anni di duro lavoro, poche chiacchiere e tanta presenza sul territorio". Franco ha raccolto il 61,1 per cento delle preferenze, la sua sfidante, la candidata grillina arrivata al ballottaggio, si è fermata al 39 nonostante il patto di mutuo soccorso stretto con il Pd. L’accordo giallorosso non è tornato utile neppure a Roberto Gualtieri, che in questa periferia ha assaporato l’unica sconfitta del girone. Per battere Franco c’è chi pensava sarebbe bastato riportare a galla vecchie foto, come quella che lo ritrae mentre fa un saluto romano. Non è servito.

Non a Tor Bella Monaca, dove l’82 per cento degli appartamenti sono case popolari, il 41 per cento delle famiglie vive in povertà assoluta e l’industria dello spaccio dà lavoro a centinaia di persone. La chiamano anche "Scampia romana" o "enclave delle disuguaglianze". Le domande di reddito di cittadinanza, qui, sono sette volte superiori a quelle dei Parioli: 6,2 contro lo 0,9 ogni 100 abitanti. E non è raro vedere persone che perlustrano i cassonetti alla ricerca di cibo, indumenti o qualcosa da rivendere.

"La minaccia fascista? Le assicuro che da queste parti abbiamo altro a cui pensare". Mani grandi e spalle larghe, il commerciante che abbiamo davanti è una delle colonne portanti del centro commerciale Le Torri di via Amico Aspertini, vera e unica piazza del quartiere. "Lì fuori - racconta il nostro interlocutore - c’è il deserto dei tartari: spaccio, tossicodipendenti, case popolari che cadono a pezzi, immondizia". Se gli chiedi di tracciare un bilancio degli ultimi cinque anni di amministrazione Cinque Stelle, si mette le mani nei capelli. "Perché ho votato a destra? Domandatevi cosa ha fatto sinora la sinistra per noi. I grillini? Una delusione", conferma una sessantenne.

Il ragionamento è lineare: "La destra qui non ha mai governato, merita di essere messa alla prova". È una speranza, una possibilità. Non tutti la intravedono. È quel senso di ineluttabilità e sfiducia che ha spinto la maggioranza a disertare le urne. Qui appena il 32 per cento degli aventi diritto ha partecipato. È il dato più basso della città. Capelli biondi raccolti in una coda, passo svelto, una giovane mamma attraversa il piazzale. “Nella politica - dice - non ci credo più, né destra né sinistra, per questo non sono andata a votare".

Cosa manca ai politici di oggi? "Concretezza, vogliamo vedere risultati, c’è davvero tanto da fare, altrimenti per i nostri figli non ci sarà futuro”.

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