"Non c'è speranza per la mia Russia se non riconosce le proprie colpe"

Lo scrittore dissidente: "Putin ha un buco nero al posto del cuore in cui risucchia tutto. Ci sta finendo il mondo intero"

"Non c'è speranza per la mia Russia se non riconosce le proprie colpe"

«Faccio quello che posso. Essere russo in questo momento, e vedere questa orribile dittatura, e così tante persone uccise ogni giorno dai russi, fa male. Allora cerco di spiegare che non tutti i russi sostengono Putin e questa guerra terribile. Che la Russia non è Putin. Ma sono parole...». Le parole però sono il terreno di Mikhail Shishkin, uno dei più importanti scrittori russi contemporanei (è l'unico ad aver vinto i tre maggiori premi letterari del Paese), ora candidato al Premio Strega Europeo con il romanzo Punto di fuga, appena pubblicato in Italia da 21lettere. Una bellissima storia d'amore epistolare fra un soldato in guerra, Volodya, e l'amata Sashka. È anche per via di questa visibilità, che Shishkin si impegna a dire la sua sulla Russia, cosa che fa dalla Svizzera, da «un piccolo villaggio nello Jura, dove ci sono solo montagne, cielo, storia, e Dio. Ho realizzato il sogno di ogni scrittore russo: vivere come Pasternak, tutto l'anno in una dacia...»

Quando ha lasciato la Russia?

«Per anni ho vissuto con un piede a Mosca e uno ovunque. Ma poi, nel 2013, per me è diventato chiaro che la Russia era una nuova dittatura. Dopo la fine dell'Urss non c'è stata la destalinizzazione, non c'è stato un processo di Norimberga per il Partito comunista: e così è nata una nuova dittatura».

E che cosa ha fatto?

«Ho scritto una lettera aperta. Sono uno scrittore celebre nel mio Paese; spesso mi invitavano all'estero, e io andavo, pensando che fosse fantastico... Ma poi ho capito che mi usavano come il volto umano della dittatura. Così a New York mi sono rifiutato di rappresentare una dittatura criminale, che non è la mia Russia».

Qual è la sua Russia?

«Un Paese di persone libere, con libere elezioni. Dopo quella lettera sono stato dichiarato un traditore della nazione. Poi ci sono state le Olimpiadi di Sochi. Ho cercato di organizzare un boicottaggio, ma le autorità di tutto il mondo sono andate a Sochi, a leccare i piedi al dittatore; e, subito dopo, Putin ha invaso la Crimea e ha iniziato questa guerra contro l'Ucraina».

E poi?

«Poi ci sono stati i Mondiali di calcio del 2018, e la storia si è ripetuta: ho tentato di organizzare un boicottaggio, ma chi ha ascoltato? Nessuno. Tutte le nazioni sono andate in Russia a giocare a calcio sotto gli occhi di Putin; e, per lui, questo significava che tutti erano d'accordo con la sua aggressione all'Ucraina».

Putin...

«...ha un buco nero al posto del cuore e, in questo buco nero, risucchia ogni cosa: la Russia e l'Ucraina sono già dentro e, ora, tutto il mondo ci sta finendo. Siamo tutti ostaggi di Putin, in attesa che non schiacci il bottone rosso».

Ha speranza?

«La mia speranza è che l'esercito ucraino sconfigga quello russo, e che i soldati russi, a un certo punto, capiscano di essere solo vittime e si rifiutino di combattere».

Come vede il futuro della Russia?

«In Russia si ripete sempre la stessa storia: se uno zar vince, è un vero zar; altrimenti è un falso zar. Putin ha vinto in Crimea ma, se perde questa guerra, per la popolazione sarà chiaro che è un falso zar e, quindi, ne servirà uno nuovo. E sarà la fine di Putin».

E dopo?

«Inizierà subito la deputinizzazione. Sa, la Rivoluzione si è fatta in tre giorni... Ma ho paura che questo avverrà per mano di un nuovo Putin del quale, ancora, non conosciamo il nome».

Perché?

«Perché la Russia dovrebbe riconoscere le proprie colpe, dovrebbe inginocchiarsi a chiedere perdono, come fece Willy Brandt a Varsavia: il popolo russo dovrebbe inginocchiarsi a Kharkiv, a Tbilisi, a Kiev, a Mariupol... Altrimenti, la Russia non ha alcuna possibilità per il futuro. Ma temo che non ci sia questo potere nel popolo russo».

Non è ottimista.

«Sono ottimista per l'Ucraina, non per la Russia: vedo un futuro buio. È facile cambiare Putin, ma come si possono cambiare lo Stato e il popolo russo?»

Volodya, il protagonista di Punto di fuga, combatte una guerra che non condivide.

«Ho scritto il romanzo nel 2009 ma, per me, era chiaro che sarebbe stato un romanzo sulla guerra a venire; che per me era in Crimea e in Ucraina. Volevo trovare una metafora per questa guerra: Volodya si ritrova nella rivolta dei Boxer in Cina ma, in realtà, l'ho mandato a combattere questo conflitto. Migliaia di Volodya stanno morendo in questa guerra, e non sanno neanche perché».

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