Giuseppe Conte minaccia Il Giornale, l'editore (Angelucci) e i cronisti che raccontano quel giro di milioni di euro, appalti e consulenze emerso grazie al lavoro della commissione d'inchiesta sull'emergenza Covid. Ma le carte (in possesso del Giornale) raccontano un'altra verità. Almeno su un punto: il rapporto professionale con l'avvocato Luca Di Donna, mediatore ai tempi dell'emergenza di commesse e forniture milionarie per la struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri ed ex collega nello studio Alpa di Conte. L'attacco alla stampa è durissimo: "Si moltiplicano le calunnie da parte degli organi di stampa controllati da parlamentari della maggioranza come Angelucci. Per non parlare di trasmissioni tv costruite ad arte per rilanciare queste diffamazioni. Da oggi querelo". Dove è finita la sinistra? Nessuno dai banchi del Pd si è alzato contro la censura preventiva nei confronti del Giornale. È un Conte in modalità attaccante. Vede sfumare l'orizzonte della guida del campo largo nel 2027. Magari anche quel pensierino al Colle (nel 2029) si allontana. Nel merito, il nervosismo di Conte è cresciuto nelle ultime due settimane, da quando l'attenzione di media e della commissione si è fermata sulle consulenze dell'avvocato Luca Di Donna. Prima due imprenditori (Dario Bianchi e Sergio Buini) hanno denunciato in commissione di aver ricevuto nel 2020, in piena pandemia, da Di Donna una richiesta del 10% sulle forniture di mascherine in cambio del lavoro di intermediazione con la struttura commissariale. Un'accusa che però, è bene chiarirlo, non è oggetto di alcuna indagine. Ma resta agli atti dei lavori della commissione. E poi ieri è spuntata una consulenza di 454mila all'avvocato Luca Di Donna e ad altri professionisti che gravitavano nello studio Alpa ricevuta da una ditta che aveva vinto un appalto per le forniture Covid. L'ex premier Conte nega ogni tipo di rapporto professionale con Di Donna. Il 12 aprile scorso, intervenendo al programma Fuori dal Coro di Mario Giordano, il leader del M5s è netto: "Con Di Donna non sono mai stato collegato di studio, non ho mai avuto alcun rapporto professionale". I verbali processuali in possesso del Giornale (e mostrati il primo giugno scorso dal programma Quarta Repubblica) smonterebbero questa affermazione. Conte e Di Donna si sono alternati nello stesso processo come difensori della stessa parte. Siamo alla IX sezione civile del Tribunale di Roma. All'udienza del 20 dicembre 2006 (procedimento n. 1007/07) si legge nel verbale originale "in sostituzione dell'avvocato professore Giuseppe Conte è presente Luca Di Donna". Stesso processo, stessa Aula. È il 17 ottobre 2007. Nel verbale dell'udienza si legge ancora: "In sostituzione dell'avvocato professore Giuseppe Conte è presente Luca Di Donna". Terza udienza (stesso processo): "È presente l'avvocato prof Giuseppe Conte" si legge nel terzo verbale. Questi tre verbali dimostrerebbero come tra Conte e Di Donna il rapporto professionale c'è stato. Infatti, ora il leader 5S corregge il tiro e ricorre al legalese: "Non solo non ho avuto rapporti societari o associativi con questi e altri avvocati prima del mio impegno pubblico, ma da quando sono in politica ho sempre tenuto ben distinte le mie attività istituzionali rispetto a tutti, e ripeto tutti". Su un punto ha ragione: la Procura di Roma ha indagato sulle forniture Covid e Conte ne è uscito pulito. Lo ha fatto nel periodo di massima emergenza sanitaria e durante la quale c'era una forte pressione mediatica. Vero anche, però, che la commissione d'inchiesta ha poteri giudiziari ed è un dovere accertare zone d'ombra.
Su un altro passaggio però appare un po' confuso: la disponibilità a essere interrogato. "Sono ben disponibile a riferire anche in commissione Covid come persona informata sui fatti" dice Conte. Ma allo stesso tempo pero non si dimette dalla commissione impedendo alla stessa di audirlo. Per quale motivo?