Di fronte a un Putin che offre gas e petrolio nel bel mezzo di una crisi energetica, innescata dall'instabilità del Golfo Persico e aggravata per l'Europa dal semaforo verde di Trump all'acquisto di greggio russo già in mare, scricchiola la tenuta delle posizioni europee. E nell'Ue non c'è solo il premier ungherese a fare stavolta da controcanto. Orbán è convinto che il Vecchio Continente, senza il petrolio russo a basso costo, non possa superare gli choc causati da prezzi sull'ottovolante; taccia la Commissione europea di incaponirsi sulle sanzioni; scrive sui social che l'Ue si rifiuta di "affrontare la realtà". E conferma il veto al prestito da 90 miliardi all'Ucraina puntando il dito contro Zelensky.
Il presidente ucraino ha stigmatizzato la scelta americana di sbianchettare le sanzioni alla Russia seppur temporanea, fino all'11 aprile, la deroga concessa dal Dipartimento del Tesoro potrebbe fruttare a Mosca circa 10 miliardi di dollari e invitato gli europei a mantenere la pressione su Putin per far finire la guerra. Per Orbán, è ora "di respingere il ricatto ucraino, Zelensky non darà ordini qui", dice convinto che solo così "domani marceremo per la pace".
Il fulcro geografico della crisi resta Hormuz; i mercantili ostaggio dei pasdaran. Quello politico si sposta a Bruxelles. I leader in costante call dovranno decidere il 19 e 20 marzo il da farsi nel Consiglio europeo. Linea comune da Italia, Francia e Germania ribadita ieri da António Costa, che presiede il consesso. Durissimo con Washington, ha detto che Trump dopo il G7 ha spaccato l'Occidente e fatto un regalo a Mosca: "La decisione unilaterale Usa ha ripercussioni sulla sicurezza europea". Il gruppo è convinto che l'aumento della pressione economica sulla Russia sia "decisivo" affinché Putin accetti un negoziato serio. Viceversa, sostiene pure Von der Leyen, concedergli un introito facile rimpolpa le casse (e l'invasione).
Sovverte i pronostici, il premier belga. Che ieri, non senza sorpresa, ha sfilacciato il fronte. E creato un dilemma. Poiché l'Europa "non è in grado di minacciare Putin inviando armi all'Ucraina, e non possiamo soffocarlo economicamente senza il sostegno al 100% degli Usa, resta un solo metodo: fare un accordo". Bart De Wever esorta a creare un mandato Ue per negoziare: "Se non siamo al tavolo sarà un cattivo accordo per noi". La faglia tenuta finora sotto controllo da una complessa tela di mediazioni rischia il terremoto? Per ora gli sherpa hanno convinto la Slovacchia a non opporsi al rinnovo delle sanzioni individuali dell'Ue contro quasi 2.700 persone, imprenditori e oligarchi russi, entità e società ritenute coinvolte nell'aggressione a Kiev. Gli ambasciatori dei 27 ieri hanno dato via libera alla proroga di altri 6 mesi. Resta in stallo il 20° pacchetto punitivo, vero banco di prova delle determinazione a insistere. Domani se ne discuterà al Consiglio Esteri assieme al prestito da 90 miliardi all'Ucraina. Al G7 straordinario si cercherà una exit strategy energetica. Serrare i ranghi. Da posizioni sfaccettate; con anche i vicepremier italiani agli antipodi.
Per il ministro degli Esteri Tajani, le restrizioni a Mosca vanno "assolutamente mantenute". Per il segretario della Lega Salvini, Italia ed Europa devono "prendere in considerazione la stessa scelta pragmatica degli Stati Uniti".