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Al Pacino, Keanu Reeves e pure Totò: evasioni e colpacci celebrati al cinema

Ladri coi volti dei presidenti e i tunnel in città

Keanu Reeves e Patrick Swayze in una scena del film
Keanu Reeves e Patrick Swayze in una scena del film
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Napoli, quartiere Arenella, 16 aprile 2026. La realtà sta diventando racconto. Succede quando qualcuno evoca la trama di un film. Succede quando le maschere di cartapesta trasformano i volti dei criminali in icone senza nome. Succede quando capisci che quello che hai davanti non è solo un crimine: è una messinscena. Tre uomini, cinque secondo alcune testimonianze, entrano nella filiale del Crédit Agricole di piazza Medaglie d'Oro usando un'Alfa Romeo Giulietta nera come ariete. Sfondano le vetrate. Venticinque persone dentro, tra clienti, impiegati, il direttore. Tutti sequestrati, radunati in una stanza, mentre fuori Napoli si ferma e riprende. La Giulietta, regina della nera, è già una citazione.

Il primo film che viene in mente è Point Break (nella foto sotto), quello di Kathryn Bigelow, 1991: i presidenti in maschera, il surf come codice etico, la rapina come performance. Lì era Keanu Reeves a inseguire Patrick Swayze lungo la spiaggia, qui sono i carabinieri del Gis a circondare un edificio in una delle piazze più trafficate della città. Cambiano le latitudini, il principio resta: il crimine come teatro, la fuga come filosofia. Anche qui le maschere non nascondono solo i volti. Sono un messaggio, forse una beffa, certamente un'estetica.

A ritroso, però, non si può non ricordare Dog Day Afternoon (nella foto in alto), quel pomeriggio di un giorno da cani. Al Pacino si arrocca, con gli ostaggi, in una banca di Brooklyn per ore, circondato da telecamere e folla, e la città divenne pubblico. Sidney Lumet girava nel 1975 qualcosa che sembra impossibile: un film in cui il criminale diventa popolare, in cui la gente per strada tifa, in cui il sistema è il vero assediato. Napoli invece guarda tutto con la faccia di chi riesce ancora a sorprendersi. La piazza trasformata in set, i cittadini in comparse, i carabinieri in costumi di scena. Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica, presente in prima persona a seguire le operazioni. Segno che la posta in gioco era alta, o forse che il copione lo richiedeva.

Il terzo film arriva quando esce la notizia delle fogne. I rapinatori potrebbero aver usato cunicoli, passaggi nascosti, la rete fognaria della città. Eccola, l'Operazione San Gennaro, il film di Dino Risi del 1966, con Totò e Nino Manfredi che scavano sotto Napoli alla ricerca di un tesoro. Napoli sotterranea come metafora, come pratica, come tradizione. La città ha visceri antichi, tunnel greci, catacombe, gallerie della guerra. Chi conosce Napoli sa che la fuga più napoletana possibile è quella che passa di sotto, che scompare nel ventre della città, che lascia in superficie solo il buco e il silenzio.

Il bottino, al momento, è ignoto. I rapinatori, al momento, sono fantasmi. Quello che resta è la piazza vuota, il vetro rotto, i cellulari accesi, e la sensazione precisa che qualcuno, da qualche parte, stia già scrivendo la nuova sceneggiatura

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