Paese impreparato alla seconda ondata. Ma nessuno cerca errori e colpevoli

Il paradosso: fondi per le terapie intensive pronti da mesi, il bando è di pochi giorni fa

Leggi su Repubblica, che non è certo un giornale d'opposizione, che a Napoli nei reparti Covid siamo al «sold out» e la situazione è grave: nelle terapie sub-intensive, cioè l'anticamera dell'ultima trincea, i numeri cominciano ad essere davvero problematici; per le terapie intensive un pochino meglio, ma adesso, che siamo appena agli inizi della seconda ondata, sono rimasti liberi meno della metà dei posti. E ieri il governatore Vincenzo De Luca, il nuovo Savonarola partenopeo ha minacciato il lockdown: «Siamo a 700 contagi al giorno, se si arriva a 800 si chiude tutto». A Roma, invece, i responsabili della Asl 1 hanno comunicato a più di una clinica privata che per l'ospedalizzazione dei malati di Covid dovranno sbrigarsela da soli, perché le strutture pubbliche cominciano ad essere nei guai.

Solo che, appunto, siamo alle prime battute della nuova battaglia che, secondo copione come già avvenuto a febbraio, marzo, aprile, nei prossimi mesi, se non arriverà il vaccino, rischia di diventare più cruenta: con una progressione letale ieri abbiamo varcato la soglia dei 5mila contagi (per la precisione 5.372) e, insieme, sono aumentati il numero dei morti e dei malati in terapia intensiva; già nella giornata dell'altro ieri avevamo superato la Germania nel conteggio quotidiano; i dati, poi, dicono che in proporzione abbiamo ancora più morti della Francia e solo da pochi giorni possiamo dire, senza incorrere in errore, che, in rapporto alla popolazione, abbiamo patito meno decessi degli Stati Uniti, cioè l'America della folkloristica, per usare un eufemismo, gestione Trump.

Ci ritroviamo in queste condizioni malgrado da mesi, esattamente da aprile, tutti, dico tutti, paventassero una seconda ondata. Tanto parlare che, però, non ha prodotto niente, visto che le strutture, e le risorse (quelle reali, non quelle annunciate da Conte ma rimaste sulla carta), sono più o meno le stesse. Tant'è che oggi un coro di soggetti, esperti, amministratori comincia ad ammettere che ci siamo fatti cogliere impreparati. Più la situazione peggiorerà e più, si può star sicuri, aumenterà il volume dei j'accuse del giorno dopo. L'ultimo ad unire la sua voce a questa pubblica denuncia è stato Walter Ricciardi, membro dell'organismo esecutivo dell'Organizzazione Mondiale della Sanità e consulente del ministero della Salute: «È stato sottovalutato ha stigmatizzato il fatto storico che tutte le pandemie hanno una seconda ondata più pericolosa della prima».

Ora tutto giusto, solo che a cominciare dai media per complicità o indulgenza - la denuncia si ferma quando si tocca il tema delle responsabilità, cioè non è corredata dalla risposta da dare a due delle cinque «W» del buon giornalismo: «Who?» e «Why?», cioè «chi?» e «perché?». Qui si annaspa, ci si confonde o si parla d'altro, magari tirando in ballo le pessime abitudini di quegli italiani che fino all'altro ieri si lodavano per il loro comportamento. O, ancora, ingigantendo il problema di quei quattro beoti dei «no mask». Torna la retorica - appunto retorica, visto che, per ammissione di molti, rischiamo di essere impreparati ad una seconda ondata come lo eravamo per la prima - che nei momenti drammatici un Paese deve essere un unito. Affermazione non solo giusta, ma sacrosanta, ma non spiega perché e per colpa di chi ci sono file di otto ore per chi vuole sottoporsi ad un tampone; perché non si trovano i vaccini antinfluenzali; perché si sono aperte le discoteche ad agosto e perché ci si è presentati all'inizio dell'anno scolastico con un piano approssimato; o, ancora, perché per la realizzazione di quelle terapie intensive, per cui c'era uno stanziamento governativo già il 14 maggio, si è aspettato addirittura il 2 ottobre per pubblicare il bando.

Qualcuno potrà azzardare che forse mancano i fondi e sai quando arriveranno, visto che in Europa sul Recovery Fund sono tornati a fare le bizze: solo che per fronteggiare la seconda ondata, c'era già da giugno, bello e pronto, il Mes senza condizionalità; se il governo lo avesse chiesto avrebbe già avuto i soldi in cassa a luglio, per cui aveva tutto il tempo per scavare trincee e costruire fortificazioni per fronteggiare la seconda offensiva del virus. Quella che doveva arrivare, e sta arrivando, appunto in autunno, precisa come un treno in orario. E francamente sarebbe ridicolo, e irrispettoso per i protagonisti, individuare i responsabili della pazzia tardo-ideologica del rifiuto del Mes con la logica, tutta italiana, dello scaricabarile. Ci troveremmo alle prese con i dieci piccoli indiani di Agatha Christie: Renzi ci risponderebbe che Zingaretti non è stato deciso; Zingaretti darebbe la patata bollente al ministro Gualtieri; Gualtieri si limiterebbe a spiegare che ci sono due anni di tempo per ricorrere al Mes e farlo ora metterebbe Conte in difficoltà; Conte darebbe la responsabilità a di Maio che non gli ha garantito l'appoggio necessario con i 5stelle; e, infine, Di Maio, darebbe tutte le colpe al guevarismo di Di Battista. Ma con un Paese che rischia grosso, si può, per amore di coalizione o di poltrona, gettare tutto il peso sulle spalle del Dibba e delle sue elucubrazioni folli? Se fosse vero, e non lo è, dovremmo davvero affidarci all'espressione sconsolata di Troisi e Benigni, «non ci resta che piangere».

Ecco perché quel «Who?» e quel «Why?» probabilmente resteranno senza risposta. E magari ci dovremmo pure beccare in Tv l'immagine paradossale di un cavallo di razza come Vittorio Feltri che loda il governo Conte e del piddino Emanuele Fiano che lo applaude. Il colmo. Solo che non dando quelle risposte, facendo di tutta l'erba un fascio, insomma, gettandola in caciara, metteremmo sullo stesso piano vizi e virtù di questo Paese. Non ci sarebbe nessuna differenza tra chi risolve i problemi di distanziamento nella metropolitana togliendo i fogli di avviso del divieto di seduta e chi, come le Ferrovie, investe in nuovi sistemi di areazione per aumentare ulteriormente il tasso di sicurezza. Il punto è proprio questo: se non trovi chi sbaglia, metti tutti sullo stesso piano e non risolvi il problema. E il problema rischia di trasformarsi in tragedia.

Si sapeva, si spiegava, si sussurrava ad aprile, quando la prima ondata dell'epidemia ha cominciato a ripiegare, che il bilancio sarebbe potuto essere ben più grave se il contagio si fosse diffuso un vero incubo - nel fianco debole del Paese sul piano del sistema sanitario, cioè il Sud. Scampato il pericolo quattro mesi fa, l'imperativo, anche proclamato, era quello di correre ai ripari, di ridurre il più possibile il gap sul piano delle strutture e delle terapie intensive nel meridione. Non è stato fatto e ora a vedere aumentare il numero dei contagiati in Campania, in Sicilia, in Puglia, in Calabria e nel Lazio viene il patema d'animo. Sbagliati i piani di guerra contro il virus speriamo di non vivere cento anni dopo una nuova Caporetto: figlia della stessa imperizia e superficialità.

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