TRA PALCO E REALTÀ

di Che passione i cantautori. Che attrazione. Citarli, tirarli in ballo, premiarli in pompa magna, litigarci anche. Ieri, in occasione del premio conferito a Marco Mengoni dall'Autorità garante per l'Infanzia e l'Adolescenza, Pietro Grasso ha scolpito un piccolo monumento del cantante: «Dopo essere stato citato alla messa e aver vinto le “primarie” di X Factor - ha detto il presidente del Senato nelle vesti di padrone di casa - penso che se Mengoni si candidasse alle elezioni rischierebbe di vincerle». Fin qui l'iperbole, un filo traballante. Il patatrac è arrivato subito dopo, quando Grasso ha chiamato Mengoni Mario anziché Marco. Attimo di gelo, correzione e applauso copri-gaffe, che ha consentito alla seconda carica dello Stato di arrivare alla fine auspicando, con citazione musicale, «di avere tutti il coraggio di essere uomini ». Purtroppo per Grasso il verso esatto esatto della canzone è il coraggio di essere umani , ma a quel punto nessuno ha suggerito correzioni per evitare ulteriori danni.

Sono gli infortuni nei quali s'incorre quando si gioca in trasferta, avventurandosi su terreni stranieri. Obblighi del protocollo, si dirà. E poi la visibilità ingolosisce. Come pure la voglia di mostrarsi al passo con le mode. E dunque, cosa c'è di meglio che vampirizzare la popolarità dei big della musica. Rap, ballate colte e compagnia cantante. Jovanotti e De Andrè, Fedez e Mengoni. Mica Al Bano e Romina o Gigi D'Alessio.

Domenica, stuzzicato dal popolo leghista sulla spianata di Pontida, Matteo Salvini ha fatto la sintesi di una polemica cantautoriale che dura da un po'. Qualche mese fa Jovanotti aveva concesso l'onore del «rispetto» al leader del Carroccio, suscitando le critiche di Fedez, che invece lo accusava di xenofobia. Dal canto suo, dopo la strage provocata per le strade di Roma da un rom fuori controllo, Celentano aveva scritto di cominciare «a pensare a Salvini». Ora ecco la sintesi salviniana. Jovanotti e Celentano hanno «onestà intellettuale», Fedez (pronunciato Fedèz) no: «Meriterebbe anche lui un anno di servizi sociali». Continua...

Tornando a ieri, quasi in contemporanea al premio a Mengoni, nell'altra aula del Parlamento erano in corso gli Stati generali sul cambiamento climatico. E così al nostro premier non sfuggiva l'occasione per tirare in ballo il più controverso e politicamente inafferrabile dei cantautori. «Chi di noi ama De Andrè - ha premesso Renzi prendendo la rincorsa per il suo intervento - sa che c'è una sua canzone ( Hotel Supramonte , ndr ) che dice che il tempo è un signore distratto. In questa vicenda - ha proseguito - il tempo non è un signore distratto, è l'elemento chiave di questa partita...». In sostanza, Renzi voleva dire che bisogna fare presto a risanare l'ambiente. Solo che lui non aveva fretta nel dirlo. Chi può resistere a infilare una citazione di De Andrè, anche quando non serve?