Un giorno durante la strage di ebrei dell'Intifada, Marco Pannella (nella foto) ed io, seguiti da un piccolo gruppo di amici, andammo alla fermata ai piedi della salita di Gilo, a Gerusalemme, dove era esploso l'ennesimo autobus carico di bambini, di famiglie. Tutto era nero, incenerito, bruciato. Marco dopo diverse visite pubbliche era esausto anche per un digiuno che si prolungava da giorni. Silenziosi condividemmo il dolore; poi, siamo andati a casa mia. Da anni eravamo in colloquio costante, io con la mia provenienza femminista trasformata nel lavoro di giornalista ebrea esperta di esteri. E Marco, il grande Marco, con la sua ispirazione anticonformista, memore del suo secolo, innamorato del popolo ebraico e di Israele per cui la libertà, la democrazia erano il maggiore impegno mentre il terrorismo lo torturava. Voleva gli ebrei liberi, dopo tante sofferenze, nel loro Stato. Voleva Israele dentro l'Unione Europea, Israele era la speranza, pensava, di democrazia in tutto il Medio Oriente; il terrorismo religioso islamista era la barriera che con l'Intifada del rifiuto palestinese infrangeva il suo sogno. "Israele deve essere il confine dell'Ue in Medio Oriente", e anche "la testa di ponte della democrazia", diceva.
Il suo era un sentimento forte, che lo avvolse nella bandiera israeliana sul sito di un attacco quando tutta l'opinione pubblica europea voltava le spalle a Israele e l'Intifada divorava la vita nelle strade, nei luoghi pubblici. Marco vedeva in Israele, nella risorta nazione ebraica democratica, la ricongiunzione europea mediterranea. Accusò l'Europa di cecità e disse che Israele combatteva la battaglia di tutti e che "mettere sullo stesso piano terrorismo e autodifesa è un'aberrazione".
Se vi chiedete cosa avrebbe pensato oggi, Marco sarebbe rimasto, io penso, al fianco del popolo ebraico, non avrebbe abbracciato il pacifismo che "quando non distingue fra democrazia e terrorismo diventa complicità".
Arrivati a casa mia, pallido, decise che con due cucchiaini di frutta sminuzzata in una tazzina avrebbe rotto il digiuno. Lo fece come per una libagione sacra, una comunione, senza toccare altro. Guardando dalla finestra il grande panorama chiaro, benediceva Gerusalemme.