L'Europa reagisce alla tregua. E non da sola. È anzi un nuovo fronte comune quello che porta anche il Canada nell'alveo di un collettivo interesse da tutelare. Sfornato un documento firmato ieri da 10 tra capi di Stato e di governo, torna l'attivismo delle medie potenze: oltre a incoraggiare "rapidi progressi verso una soluzione negoziata sostanziale", giudicata dai leader "fondamentale per proteggere la popolazione civile iraniana e garantire la sicurezza nella regione", Italia, Francia, Germania, Danimarca, Grecia, Paesi Bassi, Spagna, Regno Unito e governo canadese, provano anzitutto a scongiurare una crisi energetica globale.
La nota congiunta dei principali Paesi del Vecchio continente, assieme ai presidenti di Commissione e Consiglio europeo, mette da parte le sensibilità diverse sulle azioni della Casa Bianca concentrandosi sul risultato raggiunto da una diplomazia oliata in primis dal Pakistan. Bene il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran e la riapertura parziale di Hormuz, si legge nella nota; a cui si aggiunge il Giappone, con la premier Takaichi che dopo un colloquio col presidente iraniano Pezeshkian sposa gli input del gruppo Ue confermando la volontà di consolidare un partenariato strategico che tocca già economia, tecnologia, ricerca e sicurezza. L'obiettivo, per i firmatari, ora è "negoziare una rapida e duratura fine della guerra" possibile "solo attraverso mezzi diplomatici", ricorda il gruppo a cooperazione rafforzata con attori extra-Ue.
Nel testo c'è il ringraziamento a Islamabad. Si indica una rotta da solcare in giornate considerate più complesse rispetto ai trionfalismi giunti anche ieri dalla Casa Bianca. Visto il mancato sì di Israele alla tregua, "esortiamo tutte le parti a attuare il cessate il fuoco anche in Libano, i nostri governi contribuiranno a garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz", l'impegno; condito dalla missione dell'Alto rappresentante Ue Kallas ieri a Riyadh, dove ha incontrato il ministro degli Esteri saudita e il segretario del Consiglio del Golfo: "La tregua è un sollievo, ma nella regione permane l'incertezza", nota Kallas esplorando vie d'uscita. È dunque un'Europa sempre più allargata a farsi sentire: che gioca di sponda provando a entrare in partita in un futuro forse meno americanocentrico. Col blocco iraniano che ha già avuto un impatto evidente circa l'8,5% del Gnl necessario ai Paesi europei passa da Hormuz, oltre alla percentuale di petrolio greggio e raffinato attorno al 7%, ricorda la portavoce della Commissione invitando a "non farci illusioni" su una crisi breve Meloni, Macron, Merz, Carney e Sánchez rispondono presente ripartendo dalla volontà già espressa nella videoconferenza promossa da Starmer nei giorni scorsi: la legalità nelle acque internazionali come dovere collettivo. L'annuncio di ieri potrebbe preludere a nuovi sviluppi burocratici e operativi, con l'implementazione di protocolli di coordinamento navale più stringenti o il rafforzamento delle missioni di monitoraggio già esistenti nella regione.
Documento politico, non militare, ieri. Finora posizione ferma: azioni a Hormuz solo in caso di cessate il fuoco permanente. In attesa di sviluppi, si va in pressing su Israele, che bombardando Beirut ieri ha innescando la retromarcia di Teheran.