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Partita a scacchi su legge elettorale e fine vita. La Lega: "Niente scherzi sulle preferenze"

Incognita Vannacci, altri quattro parlamentari pronti a unirsi. Gli azzurri: "Dobbiamo inglobarlo o crescerà come Le Pen"

Partita a scacchi su legge elettorale e fine vita. La Lega: "Niente scherzi sulle preferenze"

Nei colloqui che ha avuto con i nuovi adepti Vannacci (nella foto) è stato esplicito: "Chi vuole fare il ministro, il sottosegretario, chi insomma vuole andare al governo ha sbagliato indirizzo". Tutti i parlamentari che sono entrati in Futuro Nazionale hanno ascoltato questo discorso dalla viva voce del generale. Anche i quattro che sono in procinto di arrivare: due dalla Lega, Bof e Furgiuele, e due forzisti, Davide Bergamini e Attilio Pierro. Sono tutti pronti per il battesimo da "futuristi" prima dell'assemblea del movimento di metà mese. Poi, si parla di un deputata di Fratelli d'Italia che entrerà in un secondo momento. Si fanno tre nomi anche se le interessate smentiscono: Naike Gruppioni, Alessia Ambrosi e Beatriz Colombo (quest'ultima è la più probabile). Più delle adesioni, però, colpisce il fenomeno.

La slavina rischia di trasformarsi in valanga. Bof racconta che insieme a lui c'erano in ballo altri due nomi che il generale non ha voluto. "Domani - racconta il pugliese Rossano Sasso - porterò dal generale dieci consiglieri di comuni Capoluogo. Siamo già oltre il 6%". Ma, soprattutto, c'è la sensazione che Vannacci al netto delle tattiche e delle liturgie non abbia nessuna intenzione di allearsi con il centro-destra alle prossime politiche. E se mai lo farà porrà delle condizioni rigide, quasi impraticabili. "Non vuole entrare - confida Bof - perché sa che in quel caso dimezzerebbe i consensi. A Vigevano nel ballottaggio non appoggiamo il centro-destra. Né è tipo che puoi comprare con il Potere. Anche perché lui non vuole il ruolo di Crosetto o di Piantedosi ma semmai quello della Meloni".

Sono argomenti che fanno capolino nelle valutazioni dentro il centro-destra sulla nuova legge elettorale. Nessuno lo dice pubblicamente, nessuno ne parla visto che la Meloni vuole fortissimamente il provvedimento, ma c'è chi riflette sul paradosso che si verificherebbe se il nuovo sistema elettorale finisse per regalare il premio di 70 deputati agli avversari. Si confermerebbe la regola consolidata nella Seconda Repubblica che chi cambia la legge elettorale poi perde le elezioni. "I miei sono convinti che se si mantengono i collegi - osserva il ministro Pichetto - si perde, ma se Vannacci resta fuori perdiamo lo stesso. Per cui".

Così l'iter della legge va avanti, tra audizioni e modifiche, senza intoppi sotto la pressione di Palazzo Chigi, ma non mancano i retropensieri di molti e come tutti sanno il diavolo si nasconde nei particolari. Ad esempio, uno dei temi più scivolosi è quello delle preferenze. Il partito della Meloni vorrebbe presentare un emendamento. "Lo faremo in aula anche perché serve a riequilibrare un sistema che non lascia grandi scelte ai cittadini", spiega Luciano Ciocchetti. E che l'emendamento sulle preferenze sarà presentato per dare un segnale è molto probabile, con gli azzurri e i leghisti con i fucili spianati. "Ci hanno informato che lo porteranno in aula - confida uno dei plenipotenziari di Forza Italia nelle trattative, Stefano Benigni - ma l'accordo è che faranno in modo che non passi". Anche perché la Lega sul punto è stata categorica: "Niente scherzi - è stata la minaccia di Calderoli - se passa l'emendamento sulle preferenze alla Camera noi facciamo saltare la legge al Senato".

Un rischio di cui l'opposizione è informata al punto che qualcuno là dentro accarezza l'idea di votare l'emendamento. "Certo che lo votiamo - sussurra il piddino Stefano Graziano - così salta tutto". Mentre Marco Furfaro della segreteria, più discreto, si tira giù con il dito la palpebra inferiore ammiccando alla furbata.

Insomma, si tratta sul filo tra le trappole. Al punto che nel governo c'è chi non esclude il ricorso alla fiducia per approvare la legge. Il ministro Casellati ne pone le premesse: "Già ci sono stati due precedenti. Renzi sull'Italicum e un altro. Li abbiamo studiati. E poi ci sono un mare di decreti in calendario e bisogna approvare la legge presto, per garantire ai partiti il tempo necessario per adeguarsi alle nuove regole come prescrive la Commissione di Venezia".

La "fiducia" risolverebbe tutti questi problemi ma farebbe erigere all'opposizione le barricate. La vera spada di Damocle, però, per il centro-destra resta il generale. "Bisogna tenerlo dentro - sostiene un esponente influente di Forza Italia - perché sappiamo che è già all'8%. Non state appresso ai sondaggi. O è dentro, o si perde. Bisogna imbrigliarlo dandogli una responsabilità di governo, magari il ministero dell'Interno, come si fa con i populisti. Perché se li lasci fuori, vedi la Le Pen, crescono".

Il problema però è convincerlo. Soddisfare le sue "linee rosse" che non sono poche.

Ad esempio, il generale la legge sul fine vita che è stata incardinata oggi al Senato non la vuole. Come non la vuole per motivi diversi il sottosegretario Mantovano. C'è da scommettere che finirà, come in altre legislature, su un binario morto.

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