La pasionaria con il vizietto di tagliare teste

Durante Tangentopoli orchestrò la pulizia etnica della Dc veneta: "Era come Torquemada". Vecchi attriti con Lady Mastella

La pasionaria con il vizietto di tagliare teste

Roma - Torquemada, Savonarola, Khomeini. Gliele stanno dicendo proprio di tutte a Rosy Bindi, al secolo Maria Rosaria, pugnace presidente della commissione parlamentare Antimafia, nemica giurata di Matteo Renzi e inconsolabile orfana politica di Romano Prodi. La ricoprono di improperi, ma per fare una sintesi basta sentire il presidente del Pd Matteo Orfini: «Io non ho mai avuto un buon rapporto con De Luca, però l'iniziativa della Bindi ci riporta indietro di secoli, quando i processi si facevano in piazza aizzando la folla».

Che avesse un caratterismo del resto si sapeva già. Che fosse una terribile tagliatrice di teste, pure. È sufficiente tornare ai tempi di Tangentopoli quando lei, senese trapiantata nel Nordest, democristiana di tendenza forlaniana, mentre il suo partito era nella bufera e il suo segretario sotto schiaffo giudiziario, si distinse in una gigantesca operazione di pulizia etnica delle liste. Commissario della Dc del Veneto, scrisse una lettera aperta «a tutti democratici cristiani che hanno problemi con la giustizia» chiedendo di ritirarsi e ritirò le tessere a tutti gli inquisiti, a cominciare dall'allora potentissimo capo doroteo Bernini.

La chiamavano «ayatollah in gonnella». Fu dura, inflessibile, anche nella formazione delle liste. Ricorda Ettore Bonalberti, personaggio di spicco dello Scudo crociato veneto di quei tempi: «Si comportava da irriducibile Torquemada contro tutti i vecchi Dc, responsabili secondo lei di ogni nefandezza. Nella scelta dei candidati si dimostrò una tagliatrice di teste formidabile. In nome del rinnovamento fece posto ai fedelissimi».

Dunque, perché stupirsi se adesso ha deciso di regolare qualche conto in sospeso? Ernesto Carbone, Pd, componente dell'Antimafia, sostiene che quella della Bindi «è un'iniziativa autonoma e personale», non concordata. «È allucinante che si pieghi la commissione a vendette interne di carattere partitico», scrive su Twitter . E persino il capogruppo al Senato Luigi Zanda parla di «barbarie politica», visto che siamo all'ultimo giorno della campagna elettorale e quelli della Rosy list non hanno più tempo di difendersi. Senza contare che nel mucchio ci sono pure degli assolti.

Ma non fa niente. Colpevoli o innocenti, presunti o desunti, per la Bindi l'occasione di vendicarsi era troppo ghiotta pere farsela scappare, anche a costo di spaccare il partito. Il primo obbiettivo è Matteo Renzi, che l'aveva messa ai primi posti dell'elenco dei politici da rottamare e che adesso si ritrova il candidato governatore in Campania bollato come «impresentabile». Se anche vince, De Luca forse dovrà dimettersi subito. E il premier rischia di perdere la Regione.

Poi c'è lady Mastella. Nel 2008 fu proprio il caso di Sandra Lonardo e la conseguente arrabbiatura di suo marito Clemente, allora ministro della Giustizia, a dare il colpo di grazia al governo Prodi, peraltro già molto traballante di suo, appeso com'era agli umori volatili di Rifondazione Comunista e ai voti dei senatori a vita. E lei, storica ultrà del Professore, che il voltafaccia di Mastella non l'ha mai digerito, ecco che nella lista nera ci ha messo pure Sandra Lonardo. «La Bindi si dimetta - commenta Mastella - sta alterando la democrazia, Tra lei e mia moglie come presentabilità non c'è paragone».

Insomma, come scrivono in una nota ufficiale i due vicesegretari del Pd Lorenzo Guerini e Debora Serracchiani, «ha usato l'elenco per una personale lotta politica». La Rosi però va avanti come se nulla fosse. Il Pd esplode? Poco importa. Anzi, si dichiara «amareggiata dalla reazioni del mio partito» e giura di «non aver voluto entrare nella competizione elettorale». Eppure tra poche ore in sette Regioni si vota. «Abbiamo soltanto applicato il regolamento...».