In passerella riappare la buona educazione. Una virtù non per tutti

Emporio Armani punta sul garbo sensuale. Prada veste la febbre della vita quotidiana

In passerella riappare la buona educazione. Una virtù non per tutti

«Il futuro sarà una gara tra l'educazione e la catastrofe» diceva lo scrittore inglese H.G. Wells, padre della fantascienza insieme con Jules Verne. La moda dovrebbe applicare questo principio ispiratore tanto nei capi quanto nei comportamenti. E' successo ieri sulla passerella di Emporio Armani dove perfino le gonnelline corte con gli stivali cuissard avevano un buon sapore di beneducato non mostrando niente più del necessario e anzi evidenziando il taglio sublime della giacca. Anche l'uso dei colori forti che Armani aveva qualcosa di gentile. Dello stesso segno le eccentricità che nel vero stile non dovrebbero mai mancare ma c'è sempre il rischio di esagerare. «Qui c'è un po' di tutto però all'insegna di una cosa sola: la discrezione anche nell'esporre qualcosa di più eccentrico del solito» dice infatti Armani subito dopo la sfilata alludendo ai piccoli cappelli, alle abbottonature asimmetriche della giacca, ai top da sera con le bretelle di gros gain e soprattutto a quegli orli corti e svolazzanti che rendono più dinamico il passo femminile. Tutt'altra atmosfera da Prada dove la moda è divina, fatta di poche cose piene di significato tra cui si ricordano le gonne bianche in tutte le salse con i golfini grigi o beige, un abito a sacchetto con una linea sulla schiena degna di Balenciaga nel senso di Cristobal, un fulminante tailleur rosso e tanti pantaloni affusolati con lo stesso stupefacente taglio del modello Beirut di Alberto Biani che è una pietra miliare nella moda. Tutto questo nelle note di collezione che di solito sono scritte in «difficilese» viene descritto come una ricerca di bellezza in ogni dove, perfino nelle uniformi che rappresentano la cura come quelle delle infermiere. Inevitabile pensare a Ratched, l'elegantissima serie Netflix sull'infermiera più cattiva del mondo che tra l'altro è realmente esistita. Poi ci si concentra sui dettagli della collezione come la borsetta trapezoidale più bella del mondo. Così dopo lo show ci si precipita in backstage a chiedere lumi e per un attimo Lady Prada si lascia andare e dice «Bisogna occuparsi delle cose importanti, elevare il minimo, abbassare l'umile». Basterebbe un cenno alla moda per chiudere il cerchio ma invece comincia un umiliante balletto di spalle girate ed evidente fastidio verso la stampa italiana. Insomma c'eravamo tanto amati e adesso proviamo l'immensa solitudine d'esser soli ad amare, peccato. Torna il sereno da Max Mara dove le note di collezione parlano di Emilie de Chatelet, la donna più importante dell'Illuminismo e dell'idea di viaggiare nel tempo tra il Secolo dei lumi e un certo tempo inquieto, il nostro. In passerella si vedono infatti cappotti tagliati come mantelle, bustier in cashmere, pelle, perfino in orsetto e poi una gonna con le tasche laterali che riproducono morbidamente il Verdugale, la crinolina spagnola considerata più severa del classico panier francese. Insomma ti ci ritrovi, come ti senti accarezzato dalle dolci onde che Daniele Calcaterra utilizza come sapienti asimmetrie sartoriali su cappotti, tuniche e giacche che avvolgono, confortano, scaldano. L'uso del bianco panna come colore-simbolo della collezione rende tutto ancora più chic e sorprendente nell'uso di tessuti pazzeschi come il bouclè fatto a mano. Da Mila Schon torna in scena Marc Audibet, un vero genio nella costruzione dei capi, nelle sperimentazioni tessili e nel disegno. Per la cronaca Audibet è l'inventore dello stretch bielastico, il magico designer di collezioni per Hermes, Ferragamo e Vionnet oltre che per un'esordiente Prada. Tutt'altro film da John Richmond che presenta una capsul in cui il denim diventa stampa su seta, maglia, viscosa e perfino pelliccia. Da Genny c'è una divertente commistione tra moda e fumetti o meglio tra la collezione disegnata da Sara Cavazza ed Eva Kant, amante e complice di Diabolik.

Da Borbonese Dorian Tarantini e Marco Mena scrivono un altro capitolo della bella storia borghese nata a Torino e dilagata nel mondo grazie alla perfezione di borse a capi in pelle con il famoso motivo Occhio di Pernice.

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