Il Pd mette il veto sul centrodestra e minaccia la crisi di governo

Letta teme Berlusconi e spinge Draghi. Zanda avverte chi non vuole il premier al Colle per paura del voto anticipato: si dimette in ogni caso. Domenica riunione dei grandi elettori dem

Il Pd mette il veto sul centrodestra e minaccia la crisi di governo

È ancora attorno al silenzio di Silvio Berlusconi che si aggrovigliano le strategie sul Quirinale, a destra come a sinistra. «Il fatto che sia ancora aperta l'ipotesi di una sua candidatura complica il quadro», ammette il segretario del Pd Enrico Letta.

Al Nazareno si lavora assiduamente per sminare il terreno sul «nome condiviso», ossia su Mario Draghi, e si guarda di buon occhio «l'inizio di disgelo pubblico» con il centrodestra rappresentato, ieri, dall'incontro tra Conte e Salvini, che nelle prossime ore dovrebbe vedere ufficialmente (dopo diversi colloqui informali) anche Letta. Intanto un autorevole dirigente dem come Luigi Zanda manda un avvertimento chiaro ai parlamentari di ogni sponda che temono il voto anticipato in caso di elezione del premier: «Se Draghi non va al Quirinale - ricorda l'ex presidente dei senatori Pd - dovrebbe presentare le dimissioni da presidente del Consiglio al nuovo presidente della Repubblica. È la prassi e dovrebbe farlo anche lui». Si tratta, spiega il senatore, «di una ovvia banalità» che sta scritta nelle regole della Repubblica e che si è verificata ad ogni cambio della guardia al Colle. Ma è anche un modo per ricordare a tutti che il rischio di crisi di governo e elezioni anticipate non si esclude certo dicendo no a Draghi. Anzi: con un voto che rompesse la attuale maggioranza le dimissioni di Draghi non sarebbero più solo una formalità, e il governo potrebbe saltare per aria senza possibilità di recupero. Mentre, spiegano ai piani alti del Pd, con Draghi al Colle il governo si potrebbe ricomporre rapidamente, «lasciando intatta la componente politica con alcuni nuovi innesti al posto dei tecnici». Il messaggio ai grandi elettori è chiaro, e Letta lo rafforza avvertendo Berlusconi, Salvini e Meloni che «il prossimo presidente deve essere scelto con un accordo largo e trasversale. E non deve essere di parte: non voteremo un candidato di centrodestra».

Per domenica pomeriggio Enrico Letta ha convocato una riunione dei «grandi elettori» Pd, parlamentari e delegati regionali. La collocazione temporale è ovvia, visto che la mattina dopo inizieranno le operazioni di voto in aula. Ma è anche strategica, nelle speranze del Nazareno che auspica che per quel momento il convitato di pietra, ossia Silvio Berlusconi, abbia sciolto la sua riserva. Altrimenti, dicono tra i dem, la riunione «servirà solo a decidere che faremo in caso di candidatura del Cavaliere». Su questo, le presidenti dei gruppi Debora Serracchiani e Simona Malpezzi hanno condotto nelle ultime ore un sondaggio informale tra i parlamentari: meglio scheda bianca o uscita dall'aula? «In realtà - spiega un deputato - è chiaro che si punterebbe sull'uscita, per dare una mano al povero Giuseppe Conte: è lui che rischia una vera emorragia di franchi tiratori pro-Berlusconi». Nel centrosinistra, comunque, il riposizionamento su Draghi di coloro che facevano resistenza è in pieno corso. Persino una ex pasionaria ex anti-establishment come la grillina Paola Taverna in questi giorni si mostrava entusiasta: «C'è solo un nome per il Quirinale, non può che essere lui», ripeteva nei corridoi del Senato. Anche nelle file dem gli scettici diminuiscono: «Se Draghi c'è non si può che appoggiarlo convintamente», confidava ad esempio l'ex ministra franceschiniana Roberta Pinotti. Per Andrea Orlando «la carta Draghi non si può bruciare». E il guru della sinistra Goffredo Bettini, che pure si era speso perché il premier restasse al suo posto fino a fine legislatura, in questi giorni ha contribuito a convincere il titubante Conte a non chiudere su Draghi: «Bisogna lavorare per la massima unità per superare questo passaggio».

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