Potrebbe chiudersi tra pochi giorni il tormentatissimo ricollocamento di Michele Emiliano, che ha rischiato davvero di tornare a fare il pm dopo vent'anni in prestito alla politica. In attesa di un possibile seggio alle Politiche del 2027 ("Presidente, si candida?". "Dipende dagli altri", ha detto l'altro giorno, intercettato dai cronisti alla Camera), dovrebbe accomodarsi tra i consulenti della commissione d'inchiesta sulle condizioni di lavoro del Senato. Una richiesta che il Pd, per mano del presidente della commissione Tito Magni ha inviato al Csm. È questa la soluzione in extremis trovata dai dem per sbloccare uno stallo che dura da mesi, dopo che il Consiglio superiore della magistratura per tre volte ha spiegato di non poter concedere l'aspettativa non retribuita a Emiliano per andare a ricoprire l'incarico di consigliere giuridico di Decaro. Perché il "fuori ruolo" non è previsto per quel tipo di posizione, avevano fatto sapere da Palazzo dei Marescialli. E non è bastato che Decaro stesso, il 21 aprile, si presentasse di persona al Csm a perorarne la causa.
Del resto, se Emiliano si ritrova in questo limbo, la "colpa" è anche del suo delfino. Era stato Decaro, infatti, a mettere il veto sulla candidatura del suo mentore come consigliere alle ultime Regionali in Puglia: "Se c'è lui io non mi candido", aveva detto. Di fronte al rischio di perdere le elezioni, il Pd aveva convinto Emiliano a fare un passo indietro, con la garanzia di un posto in giunta. Ma una volta diventato presidente, Decaro gli aveva negato anche l'assessorato. Così alla fine gli era stato offerto di diventare consigliere giuridico. Doveva essere la soluzione definitiva, ma nessuno aveva messo in conto, neanche il Pd, che il Csm - legge alla mano - sbarrasse la strada.
E così, nonostante lui avesse sempre detto di voler evitare di tornare a vestire la toga, perché sarebbe stato imbarazzante dopo tutto questo tempo, Emiliano sembrava ormai rassegnato al rientro in magistratura. È stato anche convocato la prossima settimana al Csm in audizione, formalmente per indicare la sede del suo rientro in ruolo. Lui, da quel che si apprende, aveva opzionato la Campania o l'Abruzzo. Nel frattempo però è arrivata l'exit strategy del Pd, che gli ha trovato il posto in forze alla commissione d'inchiesta di Palazzo Madama. Che però ha già un magistrato a supporto, avevano fatto notare ancora dal Csm rispondendo all'istanza di Magni. Ma il presidente ha chiarito che se ne possono avere anche tre, come altri organismi, vista la mole di dossier.
Pare dunque che possa filare tutto liscio, questa volta, con il probabile e imminente via libera del plenum all'incarico in Senato, a un compenso che dovrebbe aggirarsi intorno ai 120mila euro l'anno, come già pattuito per l'incarico pugliese poi sfumato. Resta l'amarezza per tutto il trambusto, che l'ex governatore, intervenendo qualche settimana fa a TeleNorba, ha sintetizzato con un aneddoto: "Antonio (Decaro) è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco.
Io, per esempio, avevo un padre straordinario e non riuscivo neanche a guidare la macchina se era seduto accanto a me, però non l'ho mai lasciato a un distributore di benzina in attesa di passare a riprenderlo. Quindi si possono trovare dei modi di convivere nonostante questo problema". Non dovranno più convivere. Per ora.