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Pellicce "riciclate" e moda condivisa. Il ritorno di Chiuri alla guida di Fendi

Ha debutatto come direttore creativo del brand dove aveva lavorato per 10 anni

Pellicce "riciclate" e moda condivisa. Il ritorno di Chiuri alla guida di Fendi
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Sulla passerella di Fendi campeggia la scritta a caratteri cubitali: "Meno io più noi". È una dichiarazione d'intenti e un gesto d'enorme valore da parte di Maria Grazia Chiuri, la designer superstar che ieri ha debuttato come direttore creativo dello storico brand romano in cui ha già lavorato dal 1989 al 1999: i 10 anni che sconvolsero il mondo della moda con l'invenzione della borsa Baguette, la prima hit bag della storia. Grazie a questo oggetto straordinario nel 2000 il marchio Fendi fu venduto per una cifra astronomica: 350 volte il vero valore di mercato secondo gli analisti finanziari dell'epoca. Maria Grazia ha fatto parte del dream team che insieme con Silvia Venturini Fendi ha creato la Baguette e poi ha meravigliosamente lavorato anni per Valentino fino a diventare nel 2016 la prima e finora unica donna alla guida creativa di Dior. Per questo suo coraggioso ritorno alle origini, Chiuri crea un guardaroba condiviso tra lui e lei con capi e accessori altamente desiderabili. Tutto comincia con un egregio lavoro sul logo che era la magnifica ossessione di Carla, una delle cinque sorelle Fendi diverse ma unite come le dita di una mano. La loro leggendaria capacità di lavorare tutte insieme per un bene comune ha trasformato il negozio di pelletteria fondato nel 1925 dai genitori (Adele Casagrande ed Edoardo Fendi) in un'icona del lusso globale. Lei trova un modo per raccontare questa storia senza rinnegare il capitolo pellicce ma anzi lanciando un ambizioso progetto di upcycling. "Portateci le vecchie pellicce e noi ve le rimettiamo a modello" dice alla ricchissima clientela Fendi che accorrerà in massa perché ai colti piacerà l'idea dei capi come trasmissione di memoria mentre altri si limiteranno a gioire della possibilità di rimettere le pellicce senza sensi di colpa. Infine c'è il lavoro sulla Baguette come codice identitario della maison e una serie di colte citazioni per esempio nei gilet anni '70 che i modaioli liquidano con l'odiosa espressione "bo-ho chic" ma che invece rimandano ai costumi del film di Wes Anderson I Tenenbaum creati tra l'altro dalle Fendi. Dello stesso segno il fascino discreto della borghesia che aleggia in tutta la collezione come in un altro capolavoro cinematografico vestito dalle mitiche sorelle: Gruppo di famiglia in un interno, penultimo film girato da Visconti. Insomma dire brava non basta per questa grande professionista capace di coniugare pragmatismo con creatività. Bravissimo anche Simone Bellotti che con mano sempre più felice disegna un marchio come Jil Sander bello e difficile in parti uguali. La sua rivisitazione del minimalismo anni '90 ci fa sognare un mondo più colto ed educato. Succede lo stesso anche da N.21 dove la sfilata comincia dall'uscita collettiva del finale ma la moda è un racconto possibile e quotidiano di quel tipo di femminilità che piace alle donne intelligenti. L'idea di collezione è infatti The Hotel, un libro fotografico realizzato nell'81 da Sophie Call, un'artista che si è finta cameriera di un albergo veneziano per fotografare le vite degli altri senza voyerismo ma con l'intento ci capire l'anima attraverso gli oggetti. Da Vivetta, brand rilevato dalla holding aretina Modamet che ha un fatturato consolidato di 1.5 miliardi c'è una notevolissima crescita d'immagine e concretezza fermo restando quel certo non so che di fresco e sognante come la dolce ala della giovinezza. Etro nel suo piccolo è un capolavoro di rispetto dell'heritage e creatività perché Marco De Vincenzo abbassa la palette cromatica verso i colori terrosi amati da Gimmo Etro per rendere più moderni e portabili i celebri motivi etnici che hanno reso grande il marchio. Delizioso anche il lavoro di Alessandro Enriquez che inventa un gioco della moda con l'aiuto dell'iconica e ironica Rossella Jardini, la gran signora che per anni ha disegnato Moschino con il suo inconfondibile piglio da Capricorno con ascendente Hérmes. Il bello è che nessun capo costerà al pubblico più di 1000 euro, nemmeno il montone irrinunciabile il prossimo inverno.

Marras fa una collezione dominata dalle rose con il più sensazionale riciclo di giacche che si possa immaginare: l'eskimo nobilitato dalle maniche della pelliccia di mamma e da un roseto ricamato dalle Jana, le fate laboriose e dispettose dell'artista sarda Maria Lai.

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