Le pensioni non aumentano multe e cartelle esattoriali sì

Dopo lo stop all'adeguamento degli assegni al carovita contravvenzioni più salate e interessi legali triplicati

N on c'è soltanto l'imminente manovra a preoccupare gli italiani, a farli restare nel dubbio che il domani non sarà migliore per le nostre tasche. Ci si mettono anche il Codice della Strada e l'ultimo decreto targato Mef e pubblicato lo scorso 15 dicembre dalla Gazzetta Ufficiale.

Il 2019 si annuncia un anno più duro, con salassi più alti per chi incorre in un'infrazione del Codice della Strada e per chi si dimentica di pagare in tempo cartelle esattoriali o multe. Le contravvenzioni, infatti, saranno aumentate (come dispone una modifica dell'articolo 193 del Codice della Strada) del 2,2%, mentre gli interessi legali sulle vecchie multe e cartelle esattoriali passerà allo 0,8% a partire da gennaio. Con un aumento, in questo caso, quasi triplicato visto che al momento è fermo allo 0,3%. Si tratta di iniziative che il governo giallo-verde ha preso fuori dall'ambito proprio della Legge di Bilancio ma che vanno a incidere sul potere di acquisto degli italiani. Soprattutto di quelli che già si trovano in pensione. Per loro, o meglio per quelli che ricevono una pensione superiore a 1.530 euro al mese, resta in vigore il blocco dell'indicizzazione. Quindi il tanto annunciato «cambio di passo» non ci sarà. Questo governo, infatti, si sta mantenendo sulla stessa scia dell'esecutivo guidato da Enrico Letta (era lui l'inquilino di Palazzo Chigi quando venne deciso lo stop delle indicizzazioni che avrebbero dovuto terminare proprio il primo gennaio del 2019). E non soltanto questo «blocco» dell'adeguamento all'inflazione rimarrà in vigore per il 2019, ma nel testo del maxiemendamento della Legge di Bilancio si annuncia ancor più lungo: durerà in tutto altri quattro anni. Andando a coincidere con la fine della legislatura.

Di segno opposto, invece, è la soglia oltre la quale scatterà il «prelievo di solidarietà» (che passa da 90mila a 100mila annui). Che il taglio previsto vada a colpire la gran parte dei pensionati lo si capisce dalle reazioni immediate dei sindacati (che oggi tra l'altro saranno in piazza in molte città per protestare contro la manovra del governo sulle pensioni). Reazioni a dir poco negative. Con parole tutt'altro che accomodanti i rappresentanti di lavoratori e pensionati definiscono questo governo un Robin Hood al contrario, che toglie ai più per concedere ai pochi. In una direzione contraria rispetto a un governo che con il reddito di cittadinanza intendeva impegnarsi prima di tutto in una politica sociale piuttosto che economica. «Il governo non faccia cassa con i pensionati - recita un comunicato che porta la firma dei segretari generali di Spi-Cgil, Fnp-Cisl e Uilp-Uil Ivan Pedretti, Gigi Bonfanti e Romano Bellissima - andando a rimettere le mani sul sistema di rivalutazione penalizzando così milioni di persone». «Sarebbe un atto di imperio - continuano i tre sindacalisti - insopportabile e profondamente ingiusto nonché un clamoroso passo indietro rispetto agli impegni assunti dal precedente governo che aveva stabilito il ritorno dal gennaio 2019 a un meccanismo di rivalutazione che fosse in grado di tutelare il potere d'acquisto dei pensionati italiani». «Davvero Salvini e Di Maio pensano che un assegno da 1.500 euro sia una pensione d'oro da tagliare?» si chiede Ubaldo Pagano (Pd). Il parlamentare poi sottolinea il paradosso di una manovra che taglia diritti acquisiti (l'indicizzazione delle pensioni) per favorire chi vuole uscire prima dal mondo del lavoro (quota 100). E intanto il potere di acquisto degli italiani, quello, continua a indebolirsi.

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