Leggi il settimanale

"Il Pentagono valuta di dirottare in Iran le armi destinate alla guerra in Ucraina"

Timori a Kiev per le indiscrezioni del Washington Post

"Il Pentagono valuta di dirottare in Iran le armi destinate alla guerra in Ucraina"
00:00 00:00

Lontano da Kiev, la guerra cambia padrone. E forse anche destino. Mentre le rassicurazioni di Trump scorrono rapide come dichiarazioni di circostanza, "abbiamo molte armi, le spostiamo", la realtà strategica che emerge da Washington racconta tutt'altro: l'Ucraina non è più al centro. È diventata una variabile, sacrificabile, in un equilibrio più ampio che oggi si gioca altrove, tra Golfo Persico e Medio Oriente allargato. Le indiscrezioni del Washington Post squarciano il velo. Il Pentagono valuta di dirottare sistemi cruciali (intercettori per la difesa aerea, Patriot) destinati a Kiev verso il nuovo fronte contro l'Iran. Il punto non è tecnico, ma gerarchico: le risorse sono finite, le guerre no. E quando gli arsenali si assottigliano, anche le alleanze cambiano peso specifico, anche se Rutte (Nato) resta ottimista sul sostegno di Trump e dell'Alleanza. Da Kiev Podolyak parla di un'unica guerra globale, di un ordine post-bellico ancora da scrivere. Tradotto: se Washington si distrae, Kiev perde molto più di forniture militari. Trump stigmatizza: "C'è un odio profondo fra Putin e Zelensky. L'Ucraina non è la nostra guerra, ma se la potessi risolvere sarebbe un grande onore". Nel frattempo emerge che per la prima volta dall'inizio dell'invasione, una delegazione di deputati russi è arrivata negli Usa per incontri con esponenti del Congresso. Dal Cremlino, Peskov scopre le carte con una franchezza che raramente si concede: Mosca è pronta ad accettare garanzie di sicurezza statunitensi per l'Ucraina, "ma a una condizione, il ritiro dal Donbass". Non è una proposta, è una linea rossa trasformata in offerta negoziale. E soprattutto è un punto di contatto implicito con Washington. Non c'è bisogno di un accordo scritto per leggere la convergenza: gli Usa cercano una via d'uscita sostenibile da un conflitto che drena risorse necessarie altrove. La Russia vuole consolidare i guadagni territoriali e chiudere la partita alle proprie condizioni. In mezzo, l'Ucraina rischia di diventare il terreno di un compromesso. Le parole di Peskov, infatti, contengono un doppio messaggio. Da un lato, negano che esista già un'intesa, "le questioni principali non sono state concordate". Dall'altro, ne delineano i contorni possibili: territorio in cambio di sicurezza. Donbass in cambio di garanzie. Il fattore decisivo è il tempo. La guerra contro l'Iran, iniziata il 28 febbraio, sta già consumando scorte strategiche Usa e spingendo verso una riallocazione degli armamenti. La domanda globale di sistemi difensivi, come i Patriot, è esplosa. E in un mercato di sicurezza sempre più saturo, la priorità va a chi rappresenta una minaccia immediata per gli interessi diretti degli Stati Uniti. L'Ucraina, in questa nuova geografia del rischio, scivola indietro. Non è un abbandono dichiarato. È qualcosa di più sottile e più pericoloso: una progressiva marginalizzazione. Le forniture continuano, ma non bastano. Il sostegno politico resta, ma si relativizza.

Anche per queste ragioni Zelensky è volato in Arabia Saudita. La visita si inserisce nel quadro degli sforzi di Kiev per finalizzare accordi sulla vendita di droni militari con diversi Stati del Golfo e ottenere in cambio armi per il conflitto contro Mosca.

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica