Pochi schiaffi, ma simbolici. Così la mamma ci ha cresciuti

Una generazione di sfiancati? Ricordo l'alcol per pulire le ferite da gioco eccessivo. Una "punizione terapeutica"

Pochi schiaffi, ma simbolici. Così la mamma ci ha cresciuti

L a proposta di Leonardo Pieraccioni, di tornare alla pedata terapeutica dei nonni, come strumento educativo per i bambini e per le bambine è suggestiva, perché qualche calcio nel sedere «metaforico» è assolutamente necessario, per instillare nelle nuove generazioni l'elementare principio, che sembra dimenticato, che accanto, e anzi prima dei diritti, ci sono i doveri.

Il buonismo dà luogo a generazioni di sfiancati, e oramai ciò troppo spesso rischia di accadere. Per noi nonni però, quando eravamo bambini, il metodo educativo, non prevedeva, dalle nostre parti, nell'Alta Italia, la pedata nel di dietro, una tantum, che esige destrezza in chi la dà, non si presta facilmente alla ripetizione e sporca il vestito del bimbo, ma la sculacciata nel sedere, che poteva essere dosata, nell'intensità e nella durata, in rapporto alla gravità dell'infrazione. Ricordo ancora mia mamma, che rincorreva con un piccolo battipanni bianco, mio fratello minore, che per fare un suo «esperimento fisico», aveva tirato per terra con una corda il fornello del gas, su cui stava cuocendo una carne nel sugo, che si era sparsa a chiazze sul pavimento. Non so se la mamma, infuriata soprattutto per lo spreco, che lei piemontese non poteva soffrire, abbia, alla fine, raggiunto il Mario e gli abbia comminato la pena, insolitamente grave. Di solito, lei, le sculacciate le dava con la sua mano destra, in cui c'era anche la vera nuziale, che, con quei colpi secchi, lasciava nel di dietro, un bruciore aggiuntivo.

Ma in casa nostra le sculacciate erano rare e soprattutto simboliche. Comunque, il papà, che era procuratore del re e poi, caduto il fascismo era diventato procuratore della repubblica, non usava sculacciare, ma, sentita dalla mamma, l'accusa, ci interrogava, con la voce severa, chiedendoci la spiegazione. Non sempre venivamo puniti e, comunque, le sculacciate furono presto sostituite dagli schiaffi sulla guancia, anche essi abbastanza simbolici, che competevano sempre alla mamma, la quale prima di darceli, ci diceva di porgere la guancia: ed era questa la vera umiliazione.

Io non ho ricevuto molti schiaffi, e nessuna sculacciata; mia sorella Ida, maggiore di me, non ebbe mai uno schiaffo, perché «si comportava bene», modello da imitare. Le vere punizioni materiali che io ho subito, da bambino, erano, in senso proprio «terapeutiche» e anche per questo per me l'intervendo di Pieraccioni pubblicato dal Giornale è suggestivo. Mi ha fatto ricordare le battaglie che facevamo, fra noi ragazzini di Via Piazzi, a Sondrio, nel cortile della casa che confinava con via Stelvio, coi ragazzini di Villa Sertoli, che stava, sulla sinistra, il confine di Via Stelvio: loro entravano nel nostro cortile e ci lanciavano mele acerbe, noi rispondevamo con pallottole di carta, contenente sabbia. Poi la situazione si invertiva, perché noi rilanciavamo le mele, cadute per terra e loro recuperavano la carta e la sabbia con i sassolini e ci lanciavano le pallottole, poi chi picchiavamo con le spade di legno. Non era facile capire chi avesse vinto, perché loro se ne andavano, sostenendo di aver conquistato la posizione, mentre noi sostenevamo che li avevamo respinti. Ma eravamo tutti sporchi di terra sulla faccia e nelle braccia, sulla testa e spesso avevamo contusioni e piccole ferite con i granelli di sabbia dentro. La mamma ci prendeva, ci portava in casa, noi due fratelli e i figli del vicino, compagni di combattimento e ci metteva, a torso nudo, con la testa e le braccia sotto il lavandino della cucina (non voleva sporcare quello del bagno). Poi spellava le nostre ferite, ci versava sopra l'alcol denaturato e con il cotone idrofilo entrava dentro nei tagli, senza pietà, per pulirli bene. Alla fine ci versava altro spirito, puliva con altro cotone e ci appiccicava la garza col cerotto; poi avanti l'altro.

Aveva imparato questo sistema, come crocerossina, da ragazza, alla fine della prima guerra mondiale, quando i feriti gravi venivano mandati negli ospedali della Lombardia (lei abitava a Crema, un ospedale da campo per feriti gravi era poco più in là). Il bruciore dell'alcool nelle spellature rosse, che la mamma apriva, con i cotone idrofilo, senza tenerezze, per toglier tutta la sabbiolina, era la nostra «punizione terapeutica». Altro che pedate o sculaccioni.

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