Positivo anche Cirielli "Pressioni dal governo per tenere aperta l'Aula"

Il deputato Fdi è questore e ha avuto contatti con tutti. Ora il Parlamento rischia lo stop

I l contagio è anche dentro il Palazzo: ieri il secondo parlamentare risultato positivo al Coronavirus, Edmondo Cirielli di Fdi. E il contagio, visto il ruolo di Cirielli, potrebbe essere più esteso: come questore di Montecitorio, il deputato ha lavorato a stretto contatto con il presidente Fico, i colleghi questori, i funzionari.

Lui spiega di aver sicuramente contratto il virus in Parlamento: «Ritengo che sia stato un errore far funzionare l'assemblea come se niente fosse per 15 giorni e l'ho detto ripetutamente. Purtroppo poco ascoltato. Abbiamo subito la pressione indiretta di alcuni esponenti del governo e della maggioranza per andare avanti». Poi racconta il risvolto familiare: «Non mi preoccupo molto per me, sto bene. Ma è uno strazio vedere il mio bimbo di 40 giorni, stanotte, con la febbre alta e dolorante».

Il caso Cirielli (dopo quello di Carlo Pedrazzini, parlamentare di Lodi) fa scattare l'allarme rosso in Parlamento, e solleva delicatissime questioni costituzionali. Il primo a parlarne con chiarezza è stato Stefano Ceccanti, parlamentare dem e costituzionalista: «C'è un rischio concreto: tra qualche tempo, le aule e le commissioni, a causa del contagio, potrebbero non avere più il numero legale. Un esito drammatico: il Parlamento sarebbe impossibilitato ad operare, e il governo andrebbe avanti da solo reiterando i decreti». Un quadro fosco, quasi fantapolitico, eppure non irreale. Senza contare che la composizione dei gruppi e dunque la rappresentanza può venire fortemente compromessa da eventuali quarantene, alterando gli equilibri. Ecco perché, dice Ceccanti da giorni, bisogna «ragionare laicamente su tutti gli strumenti che si possono adottare in emergenza, perché lo status quo non è difendibile».

La questione è stata posta al presidente della Camera Fico dal capogruppo dem Graziano Delrio. Spiega Emanuele Fiano, membro Pd della Giunta per il regolamento: «Credo che la presidenza della Camera debba esaminare con consapevolezza la possibilità del voto a distanza dei parlamentari». Ma è un'ipotesi che solleva molti dubbi di carattere costituzionale sul ruolo del Parlamento. Se ne è già discusso nell'ultima riunione della Giunta per il regolamento, dove sono emerse divergenze. L'esponente di Fi Simone Baldelli, che ne fa parte, spiega all'AdnKronos le sue perplessità: «In via generale la prudenza su certe proposte è d'obbligo. È bene salvaguardare i fondamentali delle istituzioni, evitando di agire sull'onda dell'emotività, col rischio di aprire strade da cui poi potrebbe essere difficile tornare indietro». Secondo Federico Fornaro, di Leu, c'è un ostacolo formale non da poco: «In aula si deve essere presenti ai sensi dell'articolo 64 della Costituzione. Senza una modifica costituzionale non è possibile voto a distanza». Durissimo anche il tesoriere dem Luigi Zanda, che critica il cosiddetto «gentlemen's agreement» con il quale si sono aggirate le regole del voto mercoledì: «Per me è stato un passo ulteriore che acuisce la crisi del Parlamento e delle istituzioni democratiche», denuncia in un'intervista a «Huffington Post». «Si parla di adeguare i regolamenti del Parlamento a questa situazione, prevedendo il voto online o telefonico. Sono assolutamente contrario. Sarebbe la distruzione del Parlamento e quindi del cuore della democrazia». Contrario alla «serrata» parlamentare anche il dem Fausto Raciti: «Serve il presidio delle istituzioni. Serve, piaccia o meno ai teorici della nostra inutilità, che più parlamentari possibili siano in condizione di votare. E di discutere».

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