Quante bufale tra apocalisse e complotti

R ieccola, la solita Italia piagnona e capace, fatalista ma anche capace di tirare su la testa. Arriva il virus, arriva in tutto il mondo: il primo virus, come molti hanno notato, dell'era dei social network, capace di trasformare una tragedia in una chat, una agonia in un selfie. L'Italia ha reagito in questi giorni un po' come tutto il mondo, navigando tra scetticismo e paura. Ma era difficile non cogliere in questa drammatica congiuntura i soliti crismi dell'animo nazionale, quello che volge un po' tutto in farsa: siamo così, ci piace crederci così. E qualcuno in televisione finisce col credere davvero che a Napoli si affittino cinesi con la tosse per saltare le code. Così, nell'eterna oscillazione tra rassegnazione e coraggio, nelle città si sono alternati gli opposti estremismi: quelli che evitano di andare a spasso nelle tante Chinatown dove il virus verosimilmente non è mai arrivato, chi invece ostenta la cena con gli amici a mangiare sushi (che in teoria con la Cina non ha nulla a che fare, ma va bene lo stesso), Nel flusso umano delle metropoli, si incrociavano rappresentanti opposti di questo dramma: le torme di turisti cinesi, con i volti coperti dalle mascherine, dei quali - oggi come sempre - nessuno sa se siano per proteggere o essere protetti; ma anche le ragazzine con gli occhi all'insù, italiane di seconda o di terza generazione, e magari neanche loro - come il sushi - hanno niente a che fare con la Cina, magari sono vietnamite o filippine, ma la diffidenza colpisce anche loro. E quella mascherina sulla faccia sta lì soltanto a dire «scusatemi, io non c'entro, io non ho colpa». Poi, all'improvviso, ecco la notizia che in Italia, a Roma, i medici hanno isolato il virus. Il pubblico, subissato in questi giorni di paginate di grafici, di spiegazioni che non spiegano, di virologi che dicono uno il contrario dell'altro, è portato istintivamente a gioire: «Eccoci, siamo noi, disordinati e geniali, quelli che nel loro casino arrivano dove non arrivano i grandi del pianeta». Non è così, ovviamente: perché la lotta al coronavirus è una lotta globale, dove i saperi si scambiano e il piccolo passo di ciascuno serve alla battaglia del mondo contro il Grande Nemico scaturito dal ventre di un pipistrello o di un serpente, o dai laboratori segreti di una delle tante Spectre che si aggirano per il mondo, dalle lobby del farmaco alla Cia di Trump. E che gli idioti da tastiera rilanciano in diretta: anche da qua, dall'Italia. Perché è questa «infodemia» il vero virus globale, quello per cui nessun vaccino arriverà mai.

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Commenti

trasparente

Lun, 03/02/2020 - 19:25

Certo, isolato il virus e poi per testarlo ci vuole minimo un anno. E nel frattempo ci giriamo i pollici?