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Quelle chiamate col Cremlino che portano guai

Con Donald e Vladimir, ogni chiamata è invece foriera di guai. Per gli altri, in primis per l'Europa. Sembra assurdo, ma le date non mentono

Quelle chiamate col Cremlino che portano guai
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Un tempo quando il presidente USA e quello russo avevano un colloquio telefonico il mondo tirava un sospiro di sollievo e le crisi si risolvevano. Il famoso telefono rosso. Con Donald e Vladimir, ogni chiamata è invece foriera di guai. Per gli altri, in primis per l'Europa. Sembra assurdo, ma le date non mentono.

Il 12 febbraio 2025 Trump ha il primo colloquio con Putin e il 26 febbraio lancia l'idea dazi sulle merci provenienti dall'Europa. Il 18 marzo altro colloquio e nuovamente torna sui dazi il 2 aprile seguente. Arriviamo al 19 maggio, con Trump e Putin che si sentono: il 23 maggio arriva la minaccia dei famosi dazi al 50%. Si va avanti così fino al 29 aprile 2026, quando si è tenuto l'ultimo colloquio telefonico di un'ora e mezzo. 48 ore dopo, l'inquilino della Casa Bianca puntualmente annuncia dazi al 25% sulle auto europee.

Le ragioni economiche sono la cornice, ma c'è di più. A Donald l'appoggio che la Ue garantisce all'Ucraina permettendole di resistere allo Zar non piace, allontana la sua idea di pace che somiglia alla resa di Kiev: per cui, visto che - fatto fuori l'amico Orbàn - i 90 miliardi promessi dall'Europa a Zelensky hanno avuto il via libera, tanto vale dare un'altra bordata alle economie europee per rendere invisi alle opinioni pubbliche gli aiuti all'Ucraina. In cambio Putin può rabbonire gli ayatollah.

Naturalmente tutto questo avviene all'ombra della solidarietà formale che Washington predica verso Kiev (ma le sanzioni di terzo e quarto tipo contro la Russia sono sempre rimaste nel cassetto di Trump) e dell'amicizia che Mosca assicura a Teheran: alla guerra asimmetrica corrisponde la diplomazia asimmetrica. E poi i due sono uniti da un insolito destino: entrambi si sono imbarcati in una guerra da cui non riescono ad uscire se non accettando una pace che somiglia a una sconfitta.

Per evitare una simile umiliazione vale la pena immaginare un baratto e darsi una mano l'un l'altro per spingere Kiev e Teheran alla pace, quella che piace alla Casa Bianca e al Cremlino. È questo il timore dell'Europa e di Zelensky da quando Donald si è ficcato nel cul de sac di Hormuz, tanto simile al Donbass di Putin.

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