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Quelle pressioni di Macron dietro l'endorsement di Trump a Conte

Secondo il politologo americano Edward Luttwak la permanenza di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi sarebbe stata decisa nell'ambito di una trattativa tra l'Eliseo e la Casa Bianca al summit di Biarritz

Quelle pressioni di Macron dietro l'endorsement di Trump a Conte

Il nome di Giuseppe Conte sarebbe finito sul tavolo dell’ultimo G7 come contropartita nella trattativa diplomatica fra Donald Trump e il presidente francese Emmanuel Macron. A svelare il retroscena del tweet con cui dall’altra parte dell’Oceano il presidente americano ha benedetto il cambio di casacca dell’avvocato degli italiani è il politologo statunitense, Edward Luttwak.

In una intervista al Quotidiano Nazionale rivela come gli scenari internazionali abbiano favorito la permanenza di Conte a Palazzo Chigi. A chiedere al presidente degli Stati Uniti di intercedere per mantenere a Roma un esecutivo che portasse avanti un’agenda compatibile con quella europea sarebbe stato il capo dell’Eliseo. Innanzitutto, secondo Luttwak, per ragioni di politica interna. “I successi di Salvini rappresentavano altro ossigeno per il sovranismo”, chiarisce l’esperto. Il riferimento, in particolare, è a Marine Le Pen, “appena rilanciata dalle elezioni europee”.

Ma la concessione di Trump va inquadrata nel contesto dei lavori del summit di Biarritz, dove Macron ha ritrovato un’intesa con la Casa Bianca, accontentando tutte le richieste del presidente degli Stati Uniti. Questo, spiega Luttwak, si è visto in particolare riguardo il dossier iraniano. La visita del ministro degli Esteri Zarif, assicura, non sarebbe stata una sorpresa, ma una mossa organizzata d’accordo con gli americani per rilanciare il dialogo con Teheran. Tra gli obiettivi della mediazione francese tra Trump e gli ayatollah, prosegue l’analista, “c’è anche quello fare un favore ai tedeschi, da sempre contrari alle sanzioni all'Iran per motivi commerciali”. “I tedeschi – continua - sono quelli che hanno i soldi e non vogliono spenderli, creando un vuoto economico che rallenta l'intera Europa”.

Ad essere sacrificata sull’altare della ritrovata amicizia fra Washington e Parigi, quindi, è stata la testa di Matteo Salvini. E a spingere Trump a scaricare l’alleato sovranista, aggiunge Luttwak, avrebbero contribuito anche gli errori politici commessi dal leader della Lega. “La colpa è ancora di Salvini, lo vidi quando venne a Washington a metà giugno dopo i suoi incontri positivi soprattutto con il segretario di Stato Pompeo – racconta - avrebbe dovuto aprire un suo canale privilegiato con l'amministrazione americana, in altri termini scegliersi un rappresentante in loco”. Un “canale privato”, spiega il politologo, “che avrebbe dovuto operare al di fuori delle relazioni diplomatiche”. “Ma Salvini – rivela - non l'ha fatto”. “È nel suo stile, non credo che accetti consigli”, chiosa nell’intervista. “Ha aperto la crisi pensando di arrivare alle elezioni”, ma “ha dimenticato che il sistema italiano predilige governi non eletti perché nessun parlamentare vuole tornare a casa”.

Le previsioni per il futuro adesso non sono rosee. “Si torna all'antico, ma con una situazione economica pesantissima”. “Crescita già a zero, debito in aumento, disoccupazione destinata a risalire”, elenca. E a peggiorare le cose c’è la frenata dell’economia tedesca che pesa come un macigno su quella italiana. L’unico segnale positivo è quello dello spread che continua a calare. La spiegazione è che “con i tassi tedeschi sotto zero, molti preferiscono il rischio Italia alla certezza di tassi negativi”. Ma la parabola discendente del differenziale tra Btp e Bund è anche la rappresentazione grafica del “sospiro di sollievo” che ha tirato Bruxelles con l’uscita di scena del leader leghista.

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