Alla fine ha prevalso il realismo politico. Un'arte fredda e dura ma spesso pagante. L'accordo in 14 punti - in realtà nulla di più di un quadro di massima - annunciato da The Donald ha ovviamente scontentato molti e le critiche, anche dure, non sono mancate. Certo, il regime teocratico - smentendo così le ottimistiche previsioni dell'intelligence israeliana - ha retto settimane di duri attacchi che hanno decimato i vertici iraniani e devastato la già traballante economia. Ora la Guida suprema (o chi per lui), proclamando un'improbabile vittoria, cerca di passare all'incasso. Ma si apre un'altra decisiva partita. Nei prossimi 60 giorni Washington e Teheran giocheranno tutte le loro carte, anche quelle più nascoste, e solo alla fine si potrà tracciare un vero bilancio dell'intricata vicenda.
Dunque attendiamo e consideriamo invece i pochi ma importanti dati certi. In primis, la riapertura di Hormuz. Prima della guerra vi transitavano 20 miliardi di barili di petrolio al giorno, ma ad aprile il flusso era crollato a 3,8 milioni. Un disastro per tutti ma soprattutto per l'Iran che ha perso così una delle poche entrate sicure, con un danno stimato di oltre 10 miliardi di dollari. Troppo per le vuote casse della Repubblica Islamica. La fine del duplice blocco navale - con la parallela sospensione degli attacchi yemeniti contro la navigazione a Bab el Mandeb, la porta del Mar Rosso e del Canale di Suez - consentirà di ripristinare i traffici, risollevare l'economia globale e salvare lo stremato Iran dalla bancarotta. Una futura gestione iraniano-omanita sui passaggi dello Stretto rimane al momento improbabile.
Secondo punto centrale rimane il nucleare iraniano, il vero obiettivo di Trump. Nel testo si legge che la destinazione dell'uranio già arricchito sarà risolta con "la diluizione in loco sotto la supervisione dell'Aiea" secondo un calendario fissato dagli Usa. Un meccanismo graduale ma controllato a cui corrisponderà il parallelo diminuire delle sanzioni. Se la cosa funziona Trump incasserebbe un accordo ben più stringente e vincolante del Jcpoa, l'accordo del 2015 voluto da Barack Obama e allora garantito da Russia, Cina e Unione europea. Questa volta invece ci sono soltanto l'inquilino della Casa Bianca e gli ayatollah; nella logica trumpiana un segnale forte ad alleati e rivali: attenti, per combattere o trattare noi non abbiamo bisogno di nessuno.
E proprio su questi cardini si poggia l'intera trattativa volutamente bilaterale dove non c'è posto nemmeno per Bibi Netanyahu - l'alfiere della "guerra infinita" - che con le sue mosse spregiudicate ha più volte irritato il collerico presidente americano. Ovviamente il vecchio Continente ancora una volta brilla per la sua assenza.
Al di là dei complimenti più o meno sinceri ricevuti al G7 di Evian e durante la sontuosa cena a Versailles, Trump continua a diffidare dei suoi soci europei e non sembra intenzionato a concedere loro spazi di manovra importanti, tanto meno in Medioriente. Insomma la partita è tutta ancora aperta e i giudizi vanno sospesi. Nel frattempo godiamoci questa stramba pace. Un piccolo accordo è sempre meglio di nessun accordo.