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Regeni, il pm contro il Cairo. "Protegge gli aguzzini"

Mostrando le foto della Tac, l'accusa descrive quello di Giulio come "un corpo spezzato dal dolore"

Regeni, il pm contro il Cairo. "Protegge gli aguzzini"
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Un processo contro il silenzio, la menzogna e i depistaggi. È una requisitoria durissima, quella con cui il procuratore aggiunto di Roma Sergio Colaiocco chiude il processo che vede imputati quattro 007 egiziani accusati del sequestro e dell'omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore friulano rapito, torturato e ucciso in Egitto dieci anni fa, chiedendo un ergastolo e tre condanne a 17 anni e sei mesi di carcere.

Un processo che si è potuto celebrare grazie all'intervento della Consulta - puntualizza il procuratore capo Francesco Lo Voi, intervenuto nell'aula bunker di Rebibbia - e "senza alcuna collaborazione da parte dell'Egitto", che "invece di cercare i responsabili", ha infrapposto una serie di "ostacoli, opacità e resistenze". Quella di Giulio è una morte che "se non fosse stata portata davanti a un giudice, sarebbe stata consegnata all'oblio". "E allora la giurisdizione italiana - spiega Colaiocco - si è assunta appieno le proprie responsabilità. Ha affermato che la tortura e l'omicidio non possono trovare riparo dietro i confini".

Mostrando le foto della Tac, l'accusa descrive quello di Giulio come "un corpo spezzato dal dolore". "Ha sopportato tutto lucidamente, senza sedazione, senza narcotici, senza alcun sollievo. Ogni segmento anatomico racconta una diversa modalità di sevizia, ogni distretto corporeo testimonia una fase diversa dell'accanimento. Non si tratta di percosse, ma di una metodica di annientamento", dice il pm. Eppure il regime egiziano non ha voluto indagare su tutto questo, scegliendo "di proteggere gli aguzzini". I medici legali egiziani avevano individuato una sola frattura, al braccio, la Tac eseguita in Italia ne ha evidenziate venti. Ma Giulio non muore per la sommatoria delle lesioni, pur gravissime. "Muore per un atto finale volontario: Lo abbiamo schiantato". Per la Procura "le lesioni sono state prodotte in tempi diversi, nel corso dei sette giorni di sequestro. Questo significa che Giulio è stato torturato ripetutamente. Interrogato, picchiato, lasciato sopravvivere, nuovamente torturato. Per giorni", spiega Colaiocco. Quel 25 gennaio Regeni "entra in una zona d'ombra" in cui il diritto cessa di esistere e al suo posto subentra solo la nuda forza. Da quel momento "smette di essere una persona". E per il procuratore diventa "materia su cui esercitare il potere assoluto", "collocato in uno spazio in cui non esistevano più legge, controllo, difesa, limite, in cui il potere aveva assunto la forma dell'arbitrio puro". Ancora più drammatico, osserva Colaicco, il fatto che a compiere tutto questo "non furono criminali comuni ma uomini dello Stato, appartenenti agli apparati di sicurezza".

È stato accertato che Giulio non era una spia, ma "l'insieme del contesto politico, dinamiche interne agli apparati, segnalazione iniziale, sviluppo del sospetto e conferma interpretativa dei comportamenti della vittima, conduce alla ricostruzione del movente come errata percezione di attività di intelligence ostile".

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