Tra Il mondo al contrario e la parola "remigrazione" corre la distanza che separa la valutazione di un fenomeno dall'attuazione di un programma. Nel libro, imprevedibile bestseller nel 2023, il generale Roberto Vannacci adopera un lessico "diagnostico": il mondo è capovolto, il senso comune tradito, la "normalità" (parola chiave) insidiata. La constatazione indignata si alterna alla denuncia dello smarrimento delle giuste ("normali") coordinate in tutti i settori della vita sociale, devastati dal politicamente corretto. La constatazione statistica cela, neanche troppo, l'affermazione di categorie morali. Le cose "normali" e "naturali" sono autentiche e giuste. È una retorica difensiva, che si presenta come buonsenso oltraggiato. Oggi però la parola d'ordine è "remigrazione". Il termine è scelto con cura, contrariamente a quello che credono osservatori distratti: di origine accademica, designava il ritorno volontario del migrante al proprio Paese. La destra identitaria, da Renaud Camus alla Nouvelle Droite, l'ha risemantizzata fino a farne il corollario operativo della "grande sostituzione". Il nesso è consequenziale: se si postula una sostituzione etnica in atto, la "remigrazione" è l'inversione del processo. La diagnosi, un popolo soppiantato in casa propria, reclama la terapia, e la terapia è far tornare lo straniero al suo paese di origine. Tutte le destre estreme, almeno in Europa, hanno fatto propria la "remigrazione". Terreno scivoloso, e infatti il generale non perde occasione per negare ogni connotato razzista, invocando gli accordi bilaterali di rimpatrio e la lotta alla clandestinità.
La provocazione ha lasciato il posto al lessico di un capo politico che vorrebbe far passare la "remigrazione" dalla militanza al vocabolario istituzionale. La retorica, buona o cattiva che sia, cerca di farsi programma di governo. Vedremo se convincerà gli elettori.