La retromarcia dei finanzieri: il No diventa un'opportunità

Dopo l'apertura di Credit Suisse è cambiata l'aria: "Se la riforma non passa si può guadagnare come con Trump"

La retromarcia dei finanzieri: il No diventa un'opportunità

Il primo a squarciare il drappo nero del pessimismo era stato, a metà mese, il Credit Suisse. Mentre sui mercati era tutto uno stracciarsi le vesti sui disastri che una vittoria del «No» al referendum avrebbe provocato, gli analisti dell'istituto svizzero andavano controcorrente: «Nessuna conseguenza sistemica, nessun pericolo di Italexit». Da allora, in un crescendo continuo e con l'eccezione di qualche giornalone un po' troppo vicino ai poteri forti, si è assistito a un riallineamento delle posizioni. Forse anche grazie al fatto che i mercati, dopo la Brexit e il trionfo imprevisto di Donald Trump, o non hanno fatto un plissé oppure viaggiano, come dimostra Wall Street, a passo da record. Dissolti gli scenari apocalittici, si è così prosciugato il partito di chi profetizzava un impazzimento del nostro spread e un futuro funesto per Piazza Affari ed è cresciuto il numero di quanti ritengono il mercato italiano un'opportunità di investimento anche in caso di sconfitta del «Sì».

Deutsche Bank non arriva a tanto, però circoscrive a un 6% la perdita che l'indice della Borsa italiana potrebbe accusare tra la parte finale del 2016 e la prima del prossimo anno se il quesito referendario viene bocciato e dalle successive elezioni politiche, collocate a metà 2017, esce un governo non sfavorevole alla permanenza dell'Italia nell'euro. Un calo tutto sommato accettabile che fa il paio con la stimata risalita del differenziale tra Btp e Bund fino a quota 210, un valore non troppo distante dai livelli attuali (188 ieri). Quindi, nessuna catastrofe, nessuna riproposizione di quel film horror, con registi più o meno occulti, costato il capolinea al governo Berlusconi a causa dello spread schizzato a 600 punti. Per gli analisti del colosso tedesco, la Penisola potrà d'altra parte contare, per tutto l'anno prossimo, sullo scudo di protezione offerto dalla Bce attraverso il piano di acquisto titoli da 80 miliardi di euro ogni mese. Solo nel 2018, infatti, Mario Draghi dovrebbe suonare la ritirata dal quantitative easing.

Ma anche in Lussemburgo, dove ha sede Zest, una sorta di boutique del risparmio gestito, nessuno si fascia la testa. Anzi. Spiega Edoardo Ugolini, senior portfolio manager: «Il vero problema sarebbe una vittoria schiacciante del No. Renzi potrebbe perdere il controllo del suo partito». Diverso lo scenario con un risultato più equilibrato (55% di voti contro la riforma della costituzione), con il premier che mantiene la golden share del governo. È quello più auspicabile, seppur non il più stuzzicante. Se perde il «Sì», Zest considera infatti anche la possibilità di un allargamento dello spread e di una picchiata della Borsa come la «terza opportunità di acquisto dell'anno», dopo quelle offerte dal Remain britannico e dall'affermazione di The Donald, «per l'investitore audace e con tolleranza al rischio».

Sangue freddo, insomma. E se Axa Investment Managers non molla la presa su Piazza Affari e sulle banche italiane su cui ha puntato («Non facciamo trading sul referendum», dice a Reuters Gilles Guibout, responsabile per l'azionario europeo), una società di gestione come l'inglese Albemarle Asset Management lancia a poche ore dal via del referendum un fondo dedicato alle azioni tricolori. Rivela Umberto Borghesi, direttore investimenti e azionista di Albemarle: «Le crisi non si possono evitare, ma si possono sfruttare a proprio favore».

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