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Riccardo morto per una bugia. "In trappola, nessuno ha capito"

Il 26enne si è schiantato in auto contro un albero. Era atteso a casa per festeggiare la laurea. Che non è mai stata discussa

Riccardo morto per una bugia. "In trappola, nessuno ha capito"

I fiocchi rossi ad addobbare il giardino fanno tanto venire in mente le lucine che Carlo Delle Piane montava con cura sugli alberi in quella poesia di film di Pupi Avati che era «Festa di laurea». Non c'è niente di poetico qui, c'è una fine inutile e tremenda, di quelle fatte apposta per non rassegnarsi. Ma tanto nel film, quanto nella vera storia di Riccardo Faggin, lo studente padovano di 26 anni che si è schiantato con l'auto contro un albero a un chilometro da casa, il laureando non stava affatto per laurearsi. Delle Piane si limitava a spegnere le luci e a mandare a casa gli ospiti increduli. Riccardo è rimasto incagliato nella sua trama tortuosa e all'idea di confessare il giorno dopo (che sarebbe stato quello della discussione della tesi in Scienze Infermieristiche all'Università di Padova), di arrivare a casa con la festa pronta, i fiocchi rossi in giardino, il vestito nuovo, il regalo dei suoi genitori... Non ce l'ha fatta a tingere di delusione quelle facce. Gli sarà sembrato un incubo il pensiero di presentarsi lì davanti a tutti, mamma e papà con in mano la busta con i soldi per il viaggio in Giappone, i parenti, gli amici, tutta gente arrivata per festeggiare lui e il suo successo inesistente. Non aveva voglia di vedere l'orgoglio nei loro occhi accartocciarsi in un istante.

«Esco a bere qualcosa con gli amici per allentare un po' la tensione» pare abbia detto ai genitori prima di dirigersi al bar di Montegrotto verso le 22 di lunedì, quando in realtà il bar era già chiuso da un pezzo. E poi lo schianto. Che avrà vissuto come liberatorio incapace com'era, in quel momento, di capire che qualunque cosa confessata sarebbe stata meno grave della sua scelta.

È struggente l'impietoso giudizio che il padre di Riccardo, Stefano, dà di se stesso in un'intervista al Corriere della Sera: «Sia chiaro: non sono arrabbiato con mio figlio, non gliene faccio una colpa per non aver saputo gestire le sue debolezze. La responsabilità, semmai, me la sento addosso. Mi rimprovero di non aver saputo leggere i segnali, di non avergli insegnato a essere più forte, almeno ad avere quella forza che serve per chiedere aiuto. Provo vergogna come genitore, e non faccio che ripetermi che vorrei essere un po' più stupido per non ritrovarmi a riflettere sui miei sbagli, a ragionare sul fatto che forse avrei potuto incidere di più sulle sue scelte. Perché Riccardo si è sentito in trappola e io, in questi 26 anni, non sono riuscito a trasmettergli la consapevolezza che, in realtà, non era solo, che mamma e papà potevano comprenderlo e sostenerlo nell'affrontare le difficoltà che la vita gli avrebbe messo davanti, fallimenti compresi». E rivolge un appello a tutti i genitori: «Con l'impegno di tutti si può proteggere anche chi è fragile, evitando di caricare i nostri figli, anche inconsapevolmente, delle nostre aspettative e ambizioni. Perché a volte, la paura di deluderci può diventare un peso insopportabile».

Il papà cerca di ricostruire il tutto, di riavvolgere la vicenda fino al momento in cui il nastro si è impigliato. E riconduce tante cose al lockdown. Alla scelta di Riccardo, proprio in quel periodo, di cambiare tutto il giro delle sue amicizie. E poi ripensa a quel maledetto esame che sembrava averlo intimorito: «Gli mancava un esame, Filosofia del Nursering. È stato bocciato una prima volta, poi una seconda... Era come bloccato. Poi a primavera ci ha detto che era riuscito a superarlo e che finalmente poteva concentrarsi sulla tesi». La verità non la sapeva nessuno, né il fratello, né un amico... Nessuno con cui condividere quel vortice, nessuno a consigliarlo, in grado di scrollarlo dal suo momento visionario che si è coagulato nella solitudine e nel terrore. Nessuno in grado di sottrarlo a quel mondo parallelo e di riportarlo di qui con un'arrogante certezza: che qualunque confessione, delusione, conseguenza, sarebbero state niente rispetto a quell'albero e alla sua stanza vuota.

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