Mentre la Cgil sceglie ancora una volta la linea dello scontro e abbandona il tavolo proprio nel momento in cui si discutono le tutele per i rider, arriva l'istruttoria dell'Antitrust su Glovo e Deliveroo per presunto social washing. Un cortocircuito evidente: il sindacato che più rivendica la difesa dei lavoratori si chiama fuori dal confronto istituzionale, lasciando all'Authority e al confronto tra le altre forze sociali il compito di incidere sulle regole.
Nel mirino dell'Antitrust, in particolare, sono finite le comunicazioni delle due piattaforme, accusate di aver diffuso messaggi "non veritieri" sul proprio impegno etico e sulla responsabilità sociale verso i fattorini. In sostanza, nei codici etici e nelle sezioni "chi siamo" dei siti emergerebbe "un'immagine aziendale fondata sul rispetto di standard etici" che però non troverebbe riscontro nelle condizioni reali di lavoro, anche in relazione all'uso degli algoritmi. Entrambe le società respingono le accuse e assicurano "piena collaborazione" con le indagini ribadendo la correttezza del proprio operato e la qualità degli standard adottati. Intanto i funzionari dell'Autorità, insieme al Nucleo speciale Antitrust della Guardia di Finanza, hanno già effettuato ispezioni nelle sedi italiane delle società coinvolte.
L'inchiesta arriva però in un momento tutt'altro che neutro. Proprio mentre esplode il caso, è entrato in vigore il decreto Primo Maggio, fortemente voluto dal governo e dal presidente della commissione Lavoro della Camera, Walter Rizzetto (vedi intervista sotto), con l'obiettivo di mettere ordine nella giungla della gig economy. Il provvedimento introduce per la prima volta il contrasto al cosiddetto caporalato digitale, stabilendo che anche l'uso distorto degli algoritmi può comportare responsabilità penale, e impone un compenso minimo orario agganciato ai contratti collettivi, oltre a obblighi stringenti di trasparenza sui calcoli delle retribuzioni. Una linea che punta a superare la stagione delle sole dichiarazioni di principio.
In questo scenario pesa però, e non poco, la frattura sindacale. Mentre Cisl e Uil hanno scelto la strada del confronto, contribuendo a migliorare il testo del decreto su formazione e controlli, la Cgil ha abbandonato il tavolo, attestandosi su una posizione di totale chiusura.
Una linea massimalista che ha preteso di equiparare per legge tutti i rider a lavoratori subordinati, rifiutando qualsiasi mediazione e arrivando a bollare l'intervento del governo come insufficiente. Una scelta che oggi appare politicamente miope. Il terreno delle regole viene dissodato senza il contributo di chi avrebbe potuto rappresentare una parte di quei rider che dice di voler tutelare.