È il 27 maggio 1998, martedì, e l'onorevole Sergio Mattarella, capogruppo Ppi nella Bicamerale sulle riforme istituzionali, chiacchiera in Transatlantico con Micaela Bongi, giovane cronista del Manifesto. Sono seduti su uno dei divani amaranto, quelli più vicini alla buvette di Montecitorio. Sono giorni di stanchezza e delusioni. L'idea di ridisegnare un po' l'architettura della repubblica se ne è andata a ramengo, anche il patto della crostata, quello con le strette di mano scambiate a casa Gianni Letta, si è sfarinato. Berlusconi domani dirà che non c'è più nulla da fare. L'intesa non c'è e non ci sarà. Mattarella però proprio nel giorno del fallimento si prepara a presentare una proposta di legge elettorale che "ovviamente rispetta le norme della Costituzione vigente". È un po' una sorpresa. "Ho finito di scriverla ieri sera. È stata chiesta da molte parti. Penso che consenta di aprire un tavolo di confronto". Micaela Bongi è scettica e pensa che ormai sia fuori tempo massimo. Sono 11 articoli che modificano o aggiungono norme proprio al Mattarellum, la legge scritta dopo il referendum Segni-Pannella del 1993, la rivoluzione maggioritaria interrotta.
Atto Camera n. 4926. Questa proposta di legge ha tre aspetti interessanti: il premio di maggioranza, l'indicazione preventiva dei candidati premier (misura alla quale Mattarella apriva nella relazione) e la tutela del 25 per cento di proporzionale. Il terzo punto è quello che sta facendo imbufalire i "referendari". Mario Segni parla di "schiaffo ai cittadini". Micaela Bongi glielo chiede: "Onorevole Mattarella, ci ha pensato al referendum?". Risposta secca: "Non mi sono posto il problema".
Neppure adesso. Il Presidente della Repubblica, allora deputato, senza volerlo, ha tracciato una linea che arriva fino a questi giorni, pur nella diversità dei sistemi elettorali. Infatti, la proposta "Mattarella 1998" apportava modifiche al sistema allora in vigore basato sui collegi uninominali, lo Stabilicum ha invece una base proporzionale. Sotto la carrozzeria diversa, però, gira lo stesso motore: il premio di maggioranza con un tetto al cinquantacinque per cento e il deposito presso il Ministero dell'Interno dei nomi dei candidati premier che le coalizioni indicheranno al Presidente della Repubblica in caso di vittoria. Insomma, proprio i tre geni che oggi si processano come incostituzionali. Davvero qualcuno può gridare e sostenere che non sono costituzionali? Lo state dicendo al professore ordinario di diritto costituzionale e al signore che per due volte è stato eletto al Quirinale. L'uomo che da 15 anni è il garante della libertà e della democrazia. Certo, le proposte del "deputato Mattarella" non possono in alcun modo essere attribuite al "presidente Mattarella". Il punto allora è un altro: non rischiare di perdere un'altra occasione.
Le riforme più belle sono quelle mai vissute, smarrite, perdute, dimenticate. Le riforme che la classe politica italiana ha pensato ma non ha avuto il coraggio di realizzare, quelle abortite, perché non portano voti o scarnificavano il potere. Ci sono riforme che perfino grandi presidenti della repubblica ora preferiscono dimenticare, magari perché i tempi sono cambiati. Peppino Calderisi le ha raccolte in un libro, Storia di una riforma mai nata. Quarant'anni di vani tentativi per rinnovare le istituzioni (Rubbettino, prefazione di Augusto Barbera, presidente emerito della Corte costituzionale): il catalogo malinconico di un quarantennio di occasioni sprecate. Ma a pagina 81 c'è appunto un ricordo che vale come un colpo di scena. La legge svanita. Mattarella come racconta Calderisi - proponeva di modificare il suo stesso Mattarellum. La quota proporzionale restava al 25 per cento, i collegi uninominali scendevano dal 75 al 60%, e il restante 15 per cento diventava un premio di maggioranza, assegnato in un ballottaggio nazionale tra le due coalizioni più forti, fino a portare la vincente al 55 per cento dei seggi.
C'è di più. Nella relazione - la prosa è inconfondibilmente sua, prudente, sorvegliata, levigata - Mattarella apriva alla possibilità che i partiti depositassero, insieme al simbolo, "il nominativo della persona che intendono indicare per la carica di Presidente del Consiglio dei ministri". Non era un'invenzione estemporanea: stava già nella tesi numero 1 del programma dell'Ulivo del 1996, Il Governo del Primo Ministro, che proponeva di indicare il nome "del candidato premier da essi designato". Il riformismo del centrosinistra, non l'eresia di un avversario. Una scelta che non lede affatto le prerogative del Capo dello Stato, perché è una misura di trasparenza che riguarda il rapporto tra i partiti e gli elettori, per evitare la competizione permanente per la premiership che mina la stabilità delle maggioranze di governo. È che nel 2026 tutti hanno perso la memoria o, semplicemente, siamo finiti in un altro universo. I tempi cambiano. C'è una legge elettorale in arrivo alla Camera, la chiamano Stabilicum, costruita attorno a un premio di maggioranza per chi supera il 42 per cento e all'obbligo di indicare il candidato premier. Centoventisei costituzionalisti hanno firmato un appello: legge truffa, deriva incostituzionale, insidia alle prerogative del Quirinale. Tra i vizi capitali mettono proprio "l'indicazione preventiva" del candidato premier. Il convitato di pietra, dicono, è il presidente della repubblica. Si evocano, come sempre, i fantasmi della legge Acerbo del 1923 e della legge truffa del 1953. Ma il precedente più scomodo non abita nel pantheon degli avversari: sta in casa. Mattarellum bis e Stabilicum un po' si guardano allo specchio, senza riconoscersi.
Quella proposta sparì nel nulla. Il referendum del 99 mancò il quorum per una manciata di voti (49,58%). Un'altra riforma mai vissuta, da aggiungere al catalogo di Calderisi. Lo dicevano gli stessi padri costituenti: la Carta non è una reliquia da venerare, ma un corpo vivo, da correggere nei suoi "limiti ed errori".
Se la revisione costituzionale della forma di governo è scomparsa dall'orizzonte, almeno si faccia una legge elettorale capace di far scaturire un vincitore con il numero di seggi necessario per governare. Mattarella, ventotto anni fa, lo sapeva. E aveva firmato.