Il rischio di una "Nembro partenopea"

Nembro e Napoli: se dieci giorni cambiano la storia

Alla fine, dopo tanto tergiversare, la Campania è diventata Regione rossa. Per direttissima, visto che da gialla ha subito raggiunto il livello di allarme più alto. Saltando a piè pari la fase arancione. Un passaggio repentino a dimostrazione che la situazione è grave. Solo che dalla data in cui il governo ha deciso di vestire lo stivale con i colori di Arlecchino, cioè di dividere le Regioni in gialle, arancioni e rosse, sono trascorsi dieci giorni. Una decade in cui il virus ha continuato a diffondersi, a dilagare, ad assediare le strutture sanitarie. Ed è naturale che la mente torni a sei mesi fa, quando per un ritardo di dieci giorni - in cui governo, Regione e Comuni si sono rimbalzati le responsabilità - si innescò il massacro di Alzano Lombardo e Nembro. Massacro perché i cittadini, per l'indecisione delle istituzioni, si ritrovarono alla mercé del virus.
Sei mesi dopo, appunto, si sono compiuti gli stessi errori con lo stesso copione. Solo che questa volta non parliamo di due piccoli comuni della padania, ma di una metropoli difficile come Napoli e di una città con un hinterland complicato come Caserta: parliamo di una popolazione superiore almeno mille volte; di un'umanità diversa, dove il disagio sociale e la ribellione sono endemiche; dove è difficile immaginare interventi e «ristori» perché la metà dell'economia, a essere prudenti, è in nero.
Insomma, le fiamme del virus stanno lambendo la polveriera del Paese che potrebbe scoppiare da un momento all'altro. Era la paura che tormentava governo e classe politica già durante la prima ondata. Del resto bastava leggere sui libri cosa avvenne a Napoli per il colera quasi 50 anni fa. Se poi si aggiunge che proprio quest'anno in Calabria altra regione in rosso dove lo Stato latita cade il cinquantenario della rivolta di «boia chi molla», c'è da essere preoccupati non poco. Di fronte a questi rischi non è stato fatto nulla per coprire in questi mesi sul piano sanitario, e non solo, il fianco sud del Belpaese dall'offensiva del virus.
Anzi, quando il Covid-19 si è puntualmente materializzato, si è perso tempo. Peggio, volutamente o meno, si è creata una discrepanza: la Calabria è stata subito colorata di rosso, mentre la Campania è rimasta gialla. Decisione che ha creato malumori dalle parti di Reggio, ma non ha risolto i problemi di Napoli e Caserta, perché il virus se non intervieni non dorme, va avanti, si diffonde, e quando ti svegli è troppo tardi. Bastava leggere i dati di queste settimane. Per giorni il diffondersi del contagio è stato superiore in Campania che non in Lombardia: se «su» trovavi un positivo ogni 6,5 tamponi, «giù» ne trovavi 1 ogni 6; all'ombra del Vesuvio sempre un'anticchia peggio rispetto alla Padania. Poi certo per decidere i colori della regione dovevano concorrere altri 20 criteri. Ma è difficile immaginare che il sistema sanitario campano possa essere considerato più efficiente di quello lombardo.
E siamo arrivati ad oggi con il governo costretto fare precipitosamente quello che non aveva voluto decidere dieci giorni fa. Si è ripetuto, nei fatti, l'incubo di Alzano e Nembro. E Vincenzo De Luca per non fare la fine di Attilio Fontana ha messo subito le mani avanti: «Questo non è un governo, non voglio dire cosa è... Meglio un governo di unità nazionale, di persone competenti, un governo del presidente di fronte all'opportunismo politico... La volgarità, lo sciacallaggio, la cafoneria sono incompatibili con il governare, meglio mandare a casa il governo». Sembra di sentir parlare Matteo Salvini, invece, è il governatore più votato del Pd. Incazzato nero con qualche ragione. Premier, ministri e commissari in questi mesi gli hanno rubato lo spirito partenopeo. Più che attori di uno stato d'emergenza sono sembrati rispetto all'epidemia protagonisti di una commedia di Eduardo: «... a cosa e' niente»

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