Ristori, recovery, sfratti. Dieci giorni di stallo e il Paese resta al buio

La ricerca di voti blocca i dossier economici. E presto arriverà la bomba licenziamenti

Ristori, recovery, sfratti. Dieci giorni di stallo e il Paese resta al buio

Il paradosso della crisi di governo è che l'ostacolo sul quale il premier Conte è inciampato è ancora lì. Matteo Renzi si era impuntato sulla governance del Recovery fund. Il presidente del consiglio ha messo insieme una maggioranza risicata al Senato. Ma ancora nessuno sa come e da chi verrà progettato e amministrato il piano da 209 miliardi (di più nei piani del governo).

Il tema è scomparso dai radar della politica italiana, ma non dalla lista dei problemi all'attenzione delle istituzioni europee. La commissione Ue teme che il governo non sia in grado di gestire in modo efficace i fondi europei, che arriveranno in parte da giugno.

Prima il governo dovrà presentare progetti compatibili con le linee guida varate dalla stessa commissione. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza varato il 12 gennaio, dettato più dalla crisi di governo incombente che dalle indicazioni europee, rischia di non andare bene. A rischio anche la compatibilità con il regolamento Ue che esclude finanziamenti alla spesa corrente.

Con l'attenzione di premier e ministri concentrata sugli equilibri politici, non sono state nemmeno abbozzate le riforme che dovranno necessariamente accompagnare il piano. Giustizia, pubblica amministrazione sono le priorità. Non per il governo. In una logica tutta interna, l'esecutivo si è piuttosto preoccupato di lanciare segnali ai sindacati, rendendosi disponibile a modificare gli interventi sulla base delle loro richieste.

Tra i temi messi pericolosamente da parte, c'è anche quello fiscale. La legge di Bilancio 2021 prevede un abbozzo di riforma. Con l'assegno unico, innanzitutto. Ma anche con una rimodulazione dell'Irpef. Intervento già diluito e rinviato. Ora è del tutto scomparso dall'agenda del ministro dell'Economia Gualtieri.

Facile che in questa latitanza, si risvegliano tentazioni (forti anche in Europa) di aumentare le tasse. Magari con un'altra patrimoniale, mascherata da revisione del catasto.

Un colpo alla principale forma di risparmio del ceto medio, gli immobili. Altrimenti potrebbe rispuntare la cancellazione dei regimi fiscali speciali (come la cedolare secca sugli affitti o il forfettario per le partite Iva). Una soluzione semplicistica alla famosa riforma delle spese fiscali che il governo dovrà affrontare. Un ginepraio che ha messo a dura prova esecutivi più solidi.

Per quanto evocato in continuazione, nella lista delle emergenze dimenticate c'è anche il decreto Ristori cinque. Era atteso per gennaio, ma non è stato ancora previsto un consiglio dei ministri per vararlo. Ci sono le risorse, molte più del previsto dato che lo scostamento di bilancio è di 32 miliardi. Si sa che nel provvedimento ci sarà di tutto. Dallo stop ai contributi per le partite Iva per un anno, al finanziamento degli ammortizzatori sociali. E una proroga del blocco dei licenziamenti, criticata da Confindustria.

La contropartita, la riforma degli ammortizzatori sociali, si è arenata al primo incontro tra governo, sindacati e imprese. Anche in questo caso, un'emergenza rinviata a causa della crisi.

Decisioni lente anche prima della crisi. Ieri la Fabi, il principale sindacato dei bancari, ha stimato che Francia, Germania e Stati Uniti hanno impiegato tra gli otto e i 15 giorni per l'approvazione delle prime misure a sostegno dell'economia locale. La Spagna e l'Italia più di 20 giorni. Ritardi cronici anche sui prestiti: su 400 miliardi previsti, ne sono stati erogati il 25%. Come dire, i ritardi della crisi di governo, aggravano una situazione già poco favorevole a chi lavora e produce.