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La rivincita postuma di Biagi

Vent'anni fa, Marco Biagi veniva ucciso dalle Brigate rosse.

La rivincita postuma di Biagi

Vent'anni fa, Marco Biagi veniva ucciso dalle Brigate rosse. Ma perché un professore di diritto del lavoro di idee socialiste era finito nel mirino di quanti volevano realizzare una rivoluzione comunista? Per quale motivo chi s'era consacrato allo studio delle relazioni tra imprese e lavoratori veniva considerato talmente importante da far sì che il suo assassinio fosse ritenuto strategico nel cammino verso la dittatura del proletariato?

Tutto affonda nell'ossessione, caratteristica del marxismo, nei riguardi dei contratti di lavoro. Durante il secondo governo Berlusconi venne infatti approvata una legge, largamente ispirata da Biagi, che andava a modificare talune regole. È quindi la vecchia teoria dello sfruttamento, così come fu esposta nel Capitale, ad avere indotto ad agire in quel modo quanti hanno trucidato lo studioso bolognese.

Secondo la teoria marxista, in effetti, chi vende il proprio lavoro è sfruttato da chi lo compra: e questo discende da quella che Marx chiama la «mercificazione» che ha luogo grazie all'accordo tra i due, ma anche e soprattutto dal fatto che il capitalista non restituirebbe per intero quanto il lavoratore ha messo a disposizione con la propria fatica. È insomma la teoria del valore-lavoro, di una fragilità imbarazzante, che spiega quel crimine.

Eppure la realtà finisce sempre in qualche modo per imporsi. Sotto vari punti di vista, grazie ai processi di globalizzazione e anche in virtù di ciò che è successo negli ultimi due anni, oggi non è più immaginabile quel modello di fabbrica immobile e fordista, una sorta di esercito basato su un impiego che durava una vita intera, che era difeso dai comunisti rivoluzionari. E così il lavoro si è fatto sempre più flessibile, negoziabile, «a distanza», mutevole e di conseguenza anche «precario»: esattamente come sono le scelte dei consumatori, che seguono un'offerta in continua trasformazione grazie alle innovazioni in atto.

Si può essere contenti del fatto che in ogni momento si possa perdere la propria posizione lavorativa? No di certo: il «posto fisso» alla Checco Zalone è il sogno di tutti. Ma una simile pretesa, per quanto umana, comporterebbe che il nostro prossimo debba ricevere i nostri servizi anche quando non li apprezza. Sarebbe un po' come se il barista sotto casa pretendesse da noi una fedeltà assoluta. Non è così e non può esserlo.

Pur di sinistra, Biagi guardò la società e comprese che non si fanno gli interessi dei lavoratori difendendo un sistema ingessato, che perde produttività e non permette miglioramenti. Capì che l'Italia doveva lasciarsi alle spalle sia le ideologie più illiberali, sia quell'illusione che esistano privilegi acquisiti.

Per forza di cose e benché ci sia ancora tanto da fare, l'Italia di oggi ha un mercato del lavoro più dinamico che non vent'anni fa. Questo non è avvenuto a seguito di una qualche revisione culturale, né perché si è tornati a credere nell'autonomia negoziale. Alla fine è stata la realtà a imporre le sue regole.

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