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Di Rubba condannato per un reato inesistente

Il tesoriere della Lega: "Calvario di 7 anni per un cavillo. Farò ricorso"

Di Rubba condannato per un reato inesistente
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Aspettare sette anni di gogna processuale e mediatica per ottenere due sentenze che dicono l'una il contrario dell'altra. Questo il poco invidiabile record di Alberto Di Rubba (foto), tesoriere della Lega, che ieri si vede condannato dalla Corte d'appello milanese per l'unico reato rimasto ancora in piedi dell'indagine sulla Lombardia Film Commission, un ente regionale che avrebbe pagato una cifra spropositata per un capannone che valeva la metà. Condannato a quattro anni e mezzo in primo e secondo grado, Di Rubba aveva ottenuto in Cassazione un nuovo processo: caduta l'accusa di turbativa d'asta, era rimasta in piedi solo il reato di peculato, per il quale andava ricalcolata la pena. Ma il tesoriere del Carroccio aveva affrontato il nuovo giudizio d'appello quasi serenamente, perché nel frattempo era uscito assolto con formula piena - e sempre davanti alla Corte d'appello milanese - in un altro processo sul medesimo fatto. La fattura che secondo la Procura è un falso costruito da Di Rubba per nascondere la spartizione del sovrapprezzo, nell'altro processo invece è una regolare fattura per una regolare prestazione professionale. I difensori dell'esponente leghista hanno spiegato che a quel punto l'assoluzione anche nel processo principale era l'unico esito possibile. E invece i giudici condannano Di Rubba: gli dimezzano la pena a due anni e otto mesi, gli restituiscono la villa sul lago che gli avevano confiscato. Ma lo dichiarano comunque colpevole. La reazione del leghista è dura: "Sette anni di calvario giudiziario. In udienza, è emersa ancora la mia innocenza. Ma per un cavillo giudiziario non è questa la Corte che ha potuto entrare nel merito. Per questo ricorrerò in Cassazione, rimandando l'assoluzione in base ai tempi della giustizia".

Nella indignazione di Di Rubba pesa anche la convinzione che l'operazione mediatica contro di lui sia partita ancora prima di quella giudiziaria, utilizzando i dossier illeciti creati da alcuni cronisti con i documenti passati dalla loro "talpa" all'interno della Dna, il tenente della Guardia di finanza Pasquale Striano.

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