Il Sì di Benigni ha piegato la Rai alla propaganda

Il guitto nazionale è rimasto folgorato dal renzismo sulla via della festa della Repubblica

Roberto Benigni, durante la prova generale dello spettacolo
Roberto Benigni, durante la prova generale dello spettacolo

Folgorato dal renzismo sulla via della festa della Repubblica il guitto nazionale Benigni, quello che ai tempi della riforma costituzionale di Silvio Berlusconi aveva stabilito la intangibilità della Carta del '48 definendola «la più bella del mondo», ha scoperto che i Padri Costituenti avevano previsto la possibilità di cambiarla e si è detto favorevole al cambiamento proprio per preservarne la suprema bellezza.

Che Benigni abbia il diritto di cambiare idea è fuori di dubbio. E che lo faccia il 2 giugno, giorno della festa della Repubblica, con una intervista a La Repubblica, giornale che nel 2006 era stato tra i più accesi sostenitori delle ragioni del «no», è altrettanto legittimo. Ma che ripeta la sua convinta ed entusiastica adesione al «si» nella prima serata del principale canale della tv di Stato, prima della replica della sua ode televisiva alla «Costituzione più bella del mondo», è il segno di una smaccata operazione propagandistica. Che squalifica il guitto nazionale a semplice buffone di corte e che, faccenda molto più grave, dimostra come la tv pubblica sia diventata una brutale e banale «fabbrica del consenso» al servizio del governo.

Di Benigni è inutile parlare. In fondo non ha fatto altro che rispettare in peno la tradizione che vuole i guitti italici sempre proni agli umori dei potenti di turno. Ma della Rai che è di fatto diventata l'arma più forte del plebiscito in favore del capo del governo e del suo progetto di modifica della Carta costituzionale è necessario parlare. Perché se è vero che il servizio pubblico radiotelevisivo è sempre stato segnato dalla tendenza al conformismo filogovernativo, è ancora più vero che, in occasione di una campagna referendaria aperta da Matteo Renzi con larghissimo anticipo, ha trasformato la tendenza conformistica in totale e passiva adesione alle ragioni di una sola delle parti in campo assumendosi la responsabilità di una gravissima lesione di quel pluralismo democratico che è fondamento unico della sua stessa esistenza.

Nei giorni scorsi ho lanciato, insieme ai consiglieri di amministrazione della Rai Carlo Freccero e Giancarlo Mazzuca, un appello alla Commissione parlamentare di Vigilanza ad anticipare il regolamento della campagna referendaria per assicurare il giusto equilibrio sulla Rai di Stato tra le ragioni del «si» e quelle del «no».

Ora torno a rilanciare la richiesta. Sottolineando che il referendum costituzionale non può essere trattato come quelle sulle trivelle.

E non è concepibile ed accettabile che la televisione pubblica si presti ad essere lo strumento passivo solo di chi chiede la sostituzione del sistema parlamentare bicamerale in un premierato anomalo in quanto privo di bilanciamenti di sorta. Se anche questa volta l'appello dovesse cadere nel vuoto non rimarrebbe altra strada che il ricorso alla magistratura o ad altre e più eclatanti forme di denuncia.

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