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Sanzioni a Mosca e aiuti a Kiev: Orbán lascia l'Ue a mani vuote

Missione europea in Ucraina, ma Ungheria e Slovacchia bloccano l'accordo. Von der Leyen e Costa a Budapest: rispettare gli impegni

Sanzioni a Mosca e aiuti a Kiev: Orbán lascia l'Ue a mani vuote
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Mentre la neve copre le trincee del Donbass nel quarto anno dall'inizio dell'Operazione Speciale, a Bruxelles si consuma un'altra battaglia, fatta di veti, prestiti congelati e oleodotti feriti. Nel giorno in cui l'Ue avrebbe voluto mostrare compattezza sul ventesimo pacchetto di sanzioni (estese per un anno) contro Mosca, è arrivata la fumata nera. L'Ue si è trovata ostaggio del veto incrociato di Ungheria e Slovacchia. Budapest e Bratislava hanno bloccato in via ufficiale sia le nuove misure restrittive sia il prestito da 90 miliardi di euro destinato a Kiev. Ufficialmente, una questione di sicurezza energetica. Dietro le quinte, una ritorsione per il ritardo nelle riparazioni (ancora in atto) dell'oleodotto Druzhba, che convoglia petrolio russo verso l'Europa centrale.

Il ministro degli Esteri ungherese Szijjártó ha confermato il veto finché non verranno ripristinate le forniture. Da Bratislava, Fico ha chiesto all'operatore della rete elettrica di interrompere le forniture di emergenza per Kiev. Intanto Ursula von der Leyen e Antonio Costa incontreranno Orban per discutere del blocco, ma l'Ue, che ha annunciato la riduzione della rappresentanza diplomatica della Russia, potrebbe aggirare l'impasse con gli asset russi congelati.

Al netto dei veti, Kiev ha urgente bisogno di fondi: per la ricostruzione serviranno 588 miliardi di dollari in dieci anni, con danni diretti stimati in 195 miliardi (+11%). Energia, case e trasporti sono i settori più colpiti. Il Pil resta oltre il 20% sotto i livelli del 2021, mentre più di sei milioni di ucraini sono rifugiati all'estero e altri milioni sfollati interni. E come se non bastasse c'è anche la grana dell'ingresso nell'Ue. Funzionari europei temono ritardi nelle riforme: 11 interventi chiave non sono stati completati nel 2025 e altri rischiano di slittare nel 2026, mettendo a rischio 5 miliardi di euro. Il rallentamento, già emerso con lo stop a riforme fiscali richieste dal Fondo Monetario Internazionale, potrebbe indebolire il sostegno all'adesione.

E mentre l'Ucraina soffre, Putin ha scelto il registro solenne della Giornata dei Difensori della Patria per parlare del quarto anniversario di guerra: "La Russia sta lottando per il suo futuro, per la sua indipendenza, per la verità e la giustizia". Da Kiev, Zelensky ha risposto con toni apocalittici: "Putin ha già scatenato una terza guerra mondiale. Credo che fermarlo oggi e impedirgli di occupare l'Ucraina sia una vittoria per il mondo intero. Perché Putin non si fermerà all'Ucraina". Per il leader di Kiev cedere territori nel Donetsk significherebbe abbandono, una frattura interna prima ancora che geopolitica. Eppure ammette la realtà: uomini e armi non bastano per riprendere tutto subito. "Lo faremo, è questione di tempo".

Per quanto riguarda i negoziati (riprenderanno venerdì), a Ginevra i colloqui mediati dagli Usa hanno prodotto una fragile tregua energetica. Ma la sensazione è che i margini tecnici siano quasi esauriti. Secondo fonti ucraine, si è arrivati a un punto in cui solo un incontro diretto tra Putin e Zelensky potrebbe sbloccare il processo. L'inviato statunitense Witkoff ha parlato di possibili sviluppi nelle prossime settimane. Ma la finestra politica americana si restringe con l'avvicinarsi della stagione elettorale.

Sul terreno, il tempo si misura in cifre spietate: decine di missili e quasi trecento droni lanciati in un solo giorno, infrastrutture energetiche colpite, almeno 5 morti nelle ultime ore.

Mentre Mosca denuncia attacchi ucraini nelle regioni di Belgorod e Bryansk, Kiev rivendica avanzate nel sud-est e la riconquista di centinaia di chilometri quadrati. Droni dell'intelligence ucraina hanno colpito una stazione di pompaggio in Tatarstan, a oltre 1.200 km dal confine. Kharkiv e Mykolaiv bombardate in serata.

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