Scatta la congiura dell'oblio quando un pm finisce nei guai

La Bonino sul caso Palamara: "Il Csm è un verminaio" Berlusconi: "Hanno fatto fuori me, ora tocca a Salvini"

Scatta la congiura dell'oblio quando un pm finisce nei guai

La sacerdotessa dell'imparzialità, Emma Bonino, che l'ha denunciato per una vita, ne parla come uno di quei virus letali, tipo «l'uso politico della giustizia», impossibili da debellare. «È il solito intreccio mediatico-giudiziario: se la questione avesse coinvolto una persona normale, o più normale di altri, il caso Palamara sarebbe esploso e avrebbe tenuto banco per giorni sulle prime pagine dei grandi quotidiani; invece, visto che riguardava un magistrato, è stato nascosto. La verità è che questo Csm è un verminaio». Il più garantista tra i leghisti, Luca Paolini, usa una punta di sarcasmo: «Visto che sono garantista, lo sono pure con i grandi giornali. La metto in senso buono: non volevano andare dietro allo scoop della Verità». Se, però, scavi, ti accorgi che lo sconcerto anche nel Palazzo, cioè tra quelli che sono oggetto delle incursioni dei magistrati da trent'anni, che ormai vivono l'altro Potere come gli antichi vivevano il Fato, è grande. «La cosa più sconvolgente delle intercettazioni di Palamara - confidava qualche giorno fa nel cortile di Montecitorio la sottosegretaria del Pd, Alessia Morani - è il rapporto che intercorre tra alcuni giornalisti e alcuni magistrati».

Accanto all'«uso politico della giustizia», quello che ha visto - ultimo nel tempo - il pm Palamara suonare su Whatsapp la carica della magistratura italiana contro Matteo Salvini, c'è un altro totem che ha condizionato decenni di storia patria, il famoso «circuito mediatico-giudiziario». Quel meccanismo che è alla base di quell'affermazione a cui si è lasciato andare l'altra sera in tv il Profeta del giustizialismo italiano, Piercamillo Davigo, e che sicuramente avrà fatto rivoltare Cesare Beccaria nella tomba: «L'errore? Dire: Aspettiamo le sentenze». Una teoria che ha fatto insorgere pure Matteo Renzi: «Davigo fa paura». «Fa tremare i polsi» gli è andato dietro il capogruppo dei senatori del Pd, Marcucci.

Eppure l'assurdità di Davigo, in senso opposto alle intenzioni dell'autore, nel paradosso italiano squarcia il velo dell'ipocrisia su una terribile realtà: visto che il più delle volte la sentenza di un tribunale da noi è preceduta da una sentenza mediatica pronunciata sulle tv e sui giornali, sembra chiedersi Davigo, perché aspettare quella giudiziaria? È il circuito mediatico-giudiziario a decidere: una sentenza di condanna senza appello per gli avversari; assolutoria per insufficienza di prove per gli amici; mentre, quando l'argomento è comunque imbarazzante, finisce nell'oblio, come gli incartamenti bollenti finiscono negli scantinati del tribunale nella speranza che siano dimenticati.

Nel caso Palamara, appunto, si è scelto l'oblio mediatico. O meglio, il caso è stato sviscerato nel circuito dei giornali del centrodestra (visto che l'obiettivo era Salvini), utilizzato dai giustizialisti del Fatto per colpire un'altra «corrente», mentre è stato solo lambito dagli altri. Ma, soprattutto, non è andato sulla maggior parte dei giornali non tanto il caso Palamara, quanto la questione di fondo che quelle intercettazioni e quei whatsapp raccontano: lo spaccato di una magistratura, di un mondo, in cui i meccanismi di potere dell'ex presidente dell'Anm, magari con costumi più sobri, erano, e sono, un modus vivendi collettivo. Perché se per caso il trojan di Palamara fosse finito nel telefonino di qualcun altro, non avremmo avuto forse i biglietti allo stadio o le partite di calcetto, ma i nomi dei bersagli da mettere, o non mettere, nel mirino, quelli probabilmente sì (l'intercettazione dell'ex presidente del Csm, Legnini, docet). Quegli stessi meccanismi avvertiti anche da chi nella magistratura ne è stato vittima, come l'ex pm e ora sindaco di Napoli, Luigi De Magistris: «Finché indagavo su Berlusconi mi applaudivano, quando ho indagato sulla sinistra mi hanno fatto fuori».

Già, il meccanismo perverso che il caso Palamara svela, dalla grande stampa è stato completamente sottaciuto. Ecco perché le intercettazioni del magistrato non hanno avuto, ad esempio, l'eco di quella del Cav sul «c... ne» della Merkel, un'intercettazione che, va ricordato, gli anni hanno dimostrato trattarsi di un vero falso; o come quelle che hanno capeggiato tre anni fa per giorni sulle prime pagine dei giornali su Tiziano Renzi, prima di scoprire che erano state manipolate. Né tantomeno hanno suscitato grande curiosità quelle tra l'ex cpo dello Stato, Giorgio Napolitano, e Nicola Mancino, nell'ambito del processo sulla trattativa Stato-mafia, che sono state distrutte senza che nessuno - tipica assoluzione del circuito mediatico-giudiziario - osasse rimarcare come quella decisione fosse un unicum in una Repubblica che, nella sua degenerazione, per decenni è stata fondata sull'intercettazione.

Appunto, il circuito mediatico-giudiziario i casi da sfruttare se li sceglie. «E il caso Palamara, con annessi e connessi, - rimarca scandalizzato Matteo Renzi - è stato assolutamente nascosto rispetto all'enfasi con cui grandi giornali hanno seguito altre storie». Nascosto perché quei «meccanismi» fanno ben più paura delle congetture folli di Davigo. L'uso di promozioni, carriere e ruoli nel Csm descritto in quei verbali, infatti, può trasformarsi in uno strumento di intervento sui processi a disposizione di coloro che governano le correnti della magistratura e dei loro collegamenti politici. «Chiamiamolo - sintetizza il leghista Paolini - debito di cortesia: io faccio un favore a te e tu contrai un debito con me. In questo Paese, non dimentichiamolo, un eroe nazionale nella lotta contro la mafia come Falcone è stato costretto a emigrare dalla procura di Palermo al ministero della Giustizia di Roma, perché ostacolato nella sua categoria». «Ancora mi chiedo - osserva l'azzurro Enrico Costa - come abbiano potuto fare giudicare Berlusconi nel processo sulla truffa fiscale, che gli è costato i servizi sociali, da un presidente di Cassazione digiuno della materia. Sarà una contraddizione, ma in questo Paese per salvarti non devi difenderti nel processo, ma evitare il processo. Sulla base del meccanismo descritto dalle intercettazioni di Palamara bisognerebbe rileggere trent'anni di storia patria».

E questo è un altro motivo, per cui i giornali non hanno affondato le penne sulle verità nascoste del caso Palamara. «Quei verbali - si è sfogato lo stesso Berlusconi nell'eremo provenzale - dimostrano che in questo Paese la democrazia è sospesa. Con quei meccanismi hanno fatto fuori il pentapartito, me e ora vogliono far fuori Salvini. Vengono messi in atto metodi illegali, roba da galera. E queste cose non vengono raccontate perché costringerebbero tutti a una rilettura della storia italiana, in cui alcuni giornali apparirebbero complici di quel circuito mediatico-giudiziario che ha fatto fuori chi, di volta in volta, è stato messo nel mirino».

Un «meccanismo letale» che un governo alla cui ombra convivono le correnti più interventiste della magistratura, dai nipotini delle toghe rosse ai giustizialisti di Davigo, non ha, per ovvi motivi, interesse a spazzare via. Tanto più se si pensa che un capo dello Stato che ieri, dopo una settimana della pubblicazione, è intervenuto per esprimere «sconcerto e riprovazione», dice sì alla riforma del Csm e no al suo scioglimento. Insomma, interventi radicali non sono contemplati. «È inutile che mi chiedete se appoggerò o meno la separazione delle carriere tra giudici e Pm - sospira Renzi - tanto con questi non passa». «Non penso - è il lamento della Bonino - che questo governo voglia mettere le mani per spazzare via il verminaio del Csm. È una maggioranza che non ha questa attitudine, ammesso che i grillini abbiano un'attitudine».

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