Niente di incostituzionale. Sul successo internazionale che sono state le Olimpiadi invernali Milano-Cortina del 2026 si dissipa l'ombra di una inchiesta giudiziaria, e svanisce anche l'accusa al governo Meloni di avere fatto un decreto illegittimo per tenere i Giochi al riparo dalle indagini dei pm.
La Corte Costituzionale boccia il ricorso della magistratura milanese che voleva continuare la sua indagine contro le presunte irregolarità avvenute nella organizzazione dell'evento a cinque cerchi terminato il 22 febbraio. Le Olimpiadi furono un evento privato, non un appalto pubblico: è sempre stato così, dice la Consulta. E quindi il governo aveva tutti i diritti di garantire la velocità, oltre che di sciatori e pattinatori, anche delle procedure per preparare in tempo i Giochi.
L'inchiesta della Procura di Milano, coordinata dall'allora procuratore aggiunto Tiziana Siciliano, aveva preso di mira nel 2024 sia alcuni appalti, tra cui la fornitura di servizi informatici, sia la selezione e il reclutamento del personale, segnate da raccomandazioni a raffica e da assunzioni di parenti eccellenti. Ma l'indagine della Procura era andata a sbattere contro il decreto legge varato dal governo subito dopo che dava una spiegazione autentica delle norme in vigore, chiarendo che "le attività svolte dalla Fondazione Milano Cortina 2026 non sono disciplinate da norme di diritto pubblico e che la Fondazione non riveste la qualifica di organismo di diritto pubblico". Sembrava un ostacolo insormontabile alla prosecuzione dell'indagine. Ma la Procura di Milano non si è arresa, e ha chiesto e ottenuto che il tribunale sollevasse questione di illegittimità costituzionale del decreto.
Secondo i pm il decreto Meloni in realtà stravolgeva, anziché interpretarla, la legge esistente, in base alla quale la Fondazione sarebbe stata di fatto un ente di diritto pubblico; e inoltre violava regole europee e convenzioni internazionali. L'inchiesta della Procura milanese si era fermata in attesa (speranzosa) della decisione della Corte. Che invece chiude la partita. Il decreto salva-Olimpiadi, dice la sentenza, non fa altro che spiegare più chiaramente quello che prevedeva già la legge del 2020 varata dal governo Conte. Legge che i ricorrenti avrebbero capito male ("inammissibili, perché basate su un'erronea ricostruzione del quadro normativo", vengono definiti i loro argomenti).
La verità, dice la Consulta, è che fin dal 2020 si era deciso che il comitato organizzatore fosse ente privato in modo da "agire in modo snello, non essendo subordinato a tutte le procedure tipiche della pubblica amministrazione", e questo nel solco di quanto avvenuto con i Giochi precedenti, gli invernali di Torino 2006.
Insomma, il decreto salva-Giochi del 2024 , "si limita a rinsaldare il significato già integralmente proprio" della vecchia norma: niente di scorretto.
Ma quando il decreto venne varato i pm milanesi lo definirono "un atto di una gravità inaudita" ed "illegittimo", perché "è una legge intervenuta, mentre è in corso un procedimento penale, e che vuole togliere alla magistratura la prerogativa della interpretazione delle leggi".
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