Se le mode del futuro non hanno futuro

Prodotti tecnologici di tendenza nascono e muoiono alla velocità della luce: dagli smartphone ai social network

Se le mode del futuro non hanno futuro

Una volta lo status symbol era la carta di credito, un domani probabilmente lo sarà avere un drone. Nel mezzo c'è l'IPhone e capirete che se in qualche giorno il titolo in Borsa dell'azienda più famosa al mondo cade del 12 per cento, ecco che si scatenano le Cassandre mediatiche. In pratica, dicono: Apple è praticamente morta perché ha lasciato per strada 90 miliardi di dollari di capitalizzazione (bella cifra, ma virtuale), dimenticando che in cassa ha più soldi liquidi di tutti gli Stati Uniti. Ma tant'è: si sa che gli status symbol dopo un po' danno fastidio e c'è sempre chi fa il tifo contro. Neanche fossimo davanti al quinto scudetto consecutivo della Juve.

Inutile soffermarsi troppo in queste righe su tanto (presunto) disastro (la crisi cinese, così come le previsioni degli analisti secondo i quali se si sono venduti numeri record di iPhone6 non si possono vendere numeri record del prossimo 6s), più doveroso dire che in materia di tecnologia in effetti ogni tanto qualcuno cade. E quando lo fa il tonfo si sente a distanza siderale. Sarà perché siamo nel pieno dell'era del troppismo in cui si vedono nascere e morire prodotti e servizi alla velocità della luce, ma in effetti esistono grandi storie di successo che all'improvviso - e in un amen - diventano simboli della crisi. Mettiamo ad esempio twitter, che è apparso proprio con la «t» minuscola per sottolineare le manie di grandezza. È diventato infatti il social network più fighetto che c'è, quello da dove non si poteva stare assolutamente fuori, quello in cui condensare in 140 caratteri tutto il proprio sapere. In pratica è stato un fiorire di vecchi e nuovi Vip, di battutisti improvvisati e no, di carrieristi diventati - come si dice oggi - trend setter . Un boom pazzesco che in breve ha portato a considerare Facebook, il papà di tutti i social, praticamente un nonno. Così ecco che arriva la quotazione al Nasdaq di New York - perché uno status symbol oggi deve avere almeno un titolo azionario -, e si scopre che pure twitter, alla fine, stufa: crollo del valore delle azioni, stop degli iscritti, niente esplosione pubblicità. Facebook, che è più formato famiglia, gode. Instagram pure. E i fighetti battono in ritirata, lasciando twitter a chi lo usa per davvero.

E magari, i fuggiaschi, saranno gli stessi che un po' di tempo fa giravano per strada con i Google Glass, ovvero gli occhiali con lo schermino incorporato che grazie alla realtà virtuale dovevano - una cosa fra tante - dirti dove andare anche se lo sapevi già. In poco tempo si è capito che non era ancora il momento di spendere 1500 euro per parlare ad alta voce con delle stanghette e che magari per leggere le mail basta il cellulare che si ha in tasca. E neanche forse lo smartwatch, altro nuovo simbolo hitech che per il momento sta a mezza strada tra il boom e il flop. In pratica: Google Glass temporaneamente ritirati. E insomma: è questione di modo. Se è vero che i Glass servono sicuramente di più ad un cardiochirurgo che deve preparare una difficile operazione (e infatti ora tornano per quello) piuttosto che al figlio del vicino che vuol farsi bello con gli amici. Bello, poi, con quelle cose sul naso...

Dunque, diciamolo: volete un vero status symbol? Altro che hitech, magari fate come una volta e compratevi una bella automobile. Fino a quando poi uscirà il prossimo iPhone. Naturalmente.

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