Vittorio Sgarbi non ha mai sottratto e riciclato un quadro rubato. Lo ha sentenziato la giustizia, che l'ha assolto con la formula piena, perché il fatto non sussiste, dopo quasi quattro anni di fango mediatico. Eppure alla base di questa storia l'illegalità c'è e non l'ha commessa Sgarbi, un uomo annientato per procura dagli assalti giornalistici, partiti da Report e dal Fatto Quotidiano, al punto da spingere il critico d'arte non solo a dimettersi dalla carica di sottosegretario alla Cultura, ma addirittura a lasciarsi quasi morire. Nella vicenda che oggi vede Sgarbi innocente, prima della magistratura si è mosso il solito verminaio. Il suo nome, infatti, è riportato nell'elenco dei politici del centrodestra dossierati dal finanziere Pasquale Striano, che ora rischia il processo per accesso abusivo alle banche dati e rivelazione del segreto in concorso con altre 22 persone, tra cui l'ex pm Antonio Laudati e tre giornalisti di Domani. Sebbene finora il filo rosso tra l'attività illecita degli spioni dell'Antimafia e il fango su Sgarbi non sia mai stato dimostrato, oggi la conferma arriva delle nuove carte dell'inchiesta di Roma, coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe De Falco e dal pm Giulia Guccione, i quali, dopo il trasferimento del faldone da Perugia, hanno disposto ulteriori accertamenti. E spunta un documento del Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza, trasmesso il 27 ottobre 2025 ai magistrati capitolini, che contiene i riscontri ai precisi quesiti formulati dall'autorità giudiziaria. Si tratta di tre allegati, il primo dei quali riporta "i dati identificativi dei soggetti individuati dalla S.V., per i quali, a seguito della digitazione alla banca dati Siva", si legge, "Pasquale Striano ha consultato una segnalazione di operazioni sospette contenente, tra l'altro, i dati anagrafici della persona interrogata". A quel punto si apre un elenco di 166 persone e al punto 153 ecco che appare il nome di Vittorio Sgarbi, oggi ufficialmente vittima delle intrusioni illegali al sistema analisti messe a segno da Striano. "Valuteremo se costituirci parte civile nell'eventuale processo contro Striano e nei confronti di eventuali corresponsabili" fanno sapere i legali del critico d'arte.
Nonostante Sgarbi non abbia commesso il fatto, gli stessi giornalisti che hanno confezionato la campagna di fango non si arrendono all'innocenza, perché quella sentenza demolisce la credibilità della loro operazione giornalistica.
"A prescindere dalla sentenza o da un eventuale giudizio di secondo grado resta il fatto che il collezionista Sgarbi, all'epoca dell'inchiesta di Report sottosegretario alla Cultura, possedeva un'opera rubata, fatto di evidente e incontestabile interesse pubblico", si legge incredibilmente in un post sulla pagina Facebook del programma di Rai3 condotto da Sigfrido Ranucci, che fa riferimento a un'assoluzione per insufficienza di prove, una formula che nel nostro ordinamento non esiste più, visto che è stata appunto sostituita dalla formula piena del fatto non sussiste, sulla base del principio "in dubio pro reo". Un principio che ha mosso il Tribunale di Reggio Emilia ad assolvere Sgarbi, ma che non convince i "giudici" di Report. Amen.