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"Si è persa la capacità di litigare. I ragazzi risolvono i conflitti come fossero in un videogioco"

Il pedagogista Daniele Novara: "Ammazzano per motivi futili perché non hanno più aderenza con la realtà"

"Si è persa la capacità di litigare. I ragazzi risolvono i conflitti come fossero in un videogioco"
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"I ragazzi non sono più in grado di litigare". Daniele Novara, pedagogista, direttore del Centro Psicopedagogico per l'educazione e la gestione dei conflitti, ha una visione chiara di come gli adolescenti affrontano i problemi e gestiscono la rabbia: con il coltellino nella tasca dei jeans.

Un po' per difendersi, un po' per imporsi, per fare i duri. Senza rendersi conto che in un attimo si possono trovare nei guai, con un'accusa di omicidio colposo sulle spalle. Fare i "maranza" e sfoderare la lama diventa più facile che discutere, in una logica da serie tv in cui la violenza viene autorizzata e socialmente riconosciuta.

Daniele Novara, cosa intende per incapacità di litigare?

"I ragazzi non sono più capaci di risolvere i conflitti con una discussione e per questo scelgono la via della violenza, dell'aggressività. Litigare vuol dire sfogo ma vuol dire anche confronto. Vuol dire saper vedere e ascoltare il punto di vista dell'altro. In fondo questa è la base stessa della democrazia: sapersi confrontare nelle differenze".

Tragedie come quella di La Spezia nascono sempre più spesso per futili motivi. Cosa sta succedendo?

"Questa generazione passa così tanto tempo davanti allo schermo del telefonino che è del tutto dissociata dalla realtà. E nella gestione della quotidianità capita usi le stesse dinamiche di un videogioco".

Cioè dà alla morte lo stesso valore di un game-over in un videogioco?

"Qualcosa del genere. È il risultato del perdersi nella dissolvenza digitale".

Cosa si può fare?

"Di sicuro non corsi di autodifesa. Sarebbe ancora più dannoso. Piuttosto è necessario fare una seria prevenzione educativa. Significa che se un compagno non è d'accordo con te o ti ha fatto uno sgarbo, ci sono mille altri modi per affrontare la discordanza senza arrivare alla violenza".

In tutto questo, che ruolo ha la scuola?

"Deve tornare a valorizzare la discussione tra i ragazzi e pensare sia uno strumento educativo utile a vedere i punti di vista di tutti. Anzi, penso sia molto più utile questo anziché puntare sul nozionismo".

Perché è così difficile per un ragazzo non lasciar andare, non accettare una situazione diversa da come se l'era immaginata?

"Fra i giovani passa l'idea che 'se non mi dai ragione, allora mi stai facendo un torto'. E quel torto va cancellato".

Oltre all'emergenza educativa, abbiamo anche l'urgenza di rendere sicure le scuole.

"Il problema non è la sicurezza intesa come accentuazione delle norme di controllo. Il problema è più educativo, di prevenzione. Fino a quando continueremo a far finta che non esista un'emergenza educativa, ci affideremo sempre a un intervento poliziesco e giudiziario che arriva quando i buoi sono già scappati. Il punto dovrebbe essere aiutare gli adolescenti a gestire le loro controversie, cioè quei conflitti inevitabili che fanno parte della crescita. Il conflitto non va negato, rimosso o demonizzato. Va riconosciuto e accettato, perché solo così non diventa una minaccia".

Articolare la rabbia, gestire il conflitto. Forse sono i genitori, ancor prima della scuola, a doverlo insegnare.

"Se ragazzi e ragazze non imparano a stare dentro la contrarietà relazionale, se non sanno litigare bene, è chiaro che finiscono per ricorrere a modalità violente. In questi casi il problema viene vissuto come qualcosa da eliminare, insieme alla persona che lo rappresenta.

La gestione dei conflitti è una competenza educativa fondamentale e come tale va insegnata. Non è una dote naturale, ma un apprendimento che richiede adulti competenti e contesti educativi adeguati".

Quindi più che corsi di autodifesa andrebbero fatti, per così dire, corsi di litigata?

"Quando l'istituzione scolastica deciderà finalmente di fare della gestione dei conflitti una priorità, potremo parlare di vera prevenzione. Aiutare ragazzi e ragazze a vivere la contrarietà relazionale come occasione di crescita e non come pericolo è possibile.

Esistono tecniche efficaci che permettono di trasformare il conflitto in apprendimento, di farne un'esperienza di maturazione e non di distruzione. È su questo che bisogna investire, se vogliamo evitare che altri episodi drammatici continuino a ripetersi".

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