nostro inviato ad Ankara
È circolata per qualche ora l'ipotesi che oggi Giorgia Meloni potesse decidere di arrivare ad Ankara con più calma, magari in serata mentre era già in corso la cena offerta dal presidente turco Recep Erdogan ai leader che parteciperanno al summit della Nato che quest'anno si tiene ad Ankara. Un appuntamento a cui la presidente del Consiglio si presenta dopo i ripetuti affondi di Donald Trump, l'ultimo solo la tarda sera di domenica, quando in un post su Truth il presidente americano ha pubblicato una foto che lo ritrae con la premier e la scritta "restraining order needed", traducibile con "serve un ordine restrittivo". Un'aggressione che sfocia nella misoginia e con cui l'inquilino della Casa Bianca vorrebbe lasciare intendere che Meloni lo sta sostanzialmente stalkerando. L'ultimo atto, forse, di un rapporto che è ormai definitivamente compromesso. Questa volta, a differenza di quanto accaduto dopo il G7 di Évian, la premier decide però di non rispondere. La linea è quella del silenzio, forse anche per non far trasparire un'irritazione che - per usare un eufemismo - è fortissima. E anche perché di fronte a un presidente americano che è ormai fuori controllo - vedi anche l'incredibile scandalo che sta coinvolgendo la Fifa - l'unico modo per non mettersi al suo livello è quello di tacere. Di qui i rumors di una partecipazione più light a un summit che già lo stesso Trump ha completamente depotenziato. Un'ipotesi che non pare più essere sul campo, tanto che ancora ieri sera l'agenda pubblicata sul sito di Palazzo Chigi prevedeva la presenza di Meloni oggi alle 19.15 alla cena. Certo, per la premier la due giorni turca non sarà in discesa. Il timore dell'ennesimo agguato da parte di Trump è concreto ed è evidente, come pure non sarà facile la gestione dei momenti in cui i due saranno a contatto (nonostante la diplomazia italiana pare si sia mossa per evitarlo). D'altra parte, dopo l'ottimismo (certamente eccessivo) che aveva seguito la rielezione di Trump e la partecipazione di Meloni all'Inauguration day a Washington il 20 gennaio del 2025, il rapporto si è andato lentamente incrinando. Gli attacchi a Papa Leone XIV sono stati il primo vero punto di svolta. E a seguire la guerra dissennata all'Iran. Ieri un'informatissima ricostruzione del Wall Street Journal raccontava riunioni riservate dei leader europei a Bruxelles, già da gennaio decisi a lavorare a una de-americanizzazione dell'Ue sul fronte della dipendenza tecnologica, digitale e commerciale, considerando Trump completamente inaffidabile. E dopo l'attacco all'Iran, anche Meloni lo avrebbe definito "non ragionevole". D'altra parte, che ai vertici di Fratelli d'Italia la pensino più o meno tutti così da oltre un anno non è un mistero.
Ma ad accendere l'ex tycoon sarebbe stata anche la scelta dell'Italia di non aderire a Purl, il programma Nato per l'acquisto di armamenti dall'industria bellica Usa da destinare all'Ucraina. Insomma, non un aiuto "paritario" ma un meccanismo a profitto degli Usa. Per Washington, un danno economico. Ma anche politico, visto che in questo modo di fatto l'Italia - anche se in parte per ragioni di consenso interno - si allinea all'approccio francese dell'autonomia strategica europea. "Il Purl - ha detto ieri il ministro della Difesa Guido Crosetto - è un aiuto all'Ucraina.
Invece di missili di difesa americani, daremo gli Aster prodotti da Mbda, un'azienda italiana e francese. Dal punto di vista della difesa missilistica di Kiev è lo stesso, ma almeno quei soldi rimarranno all'industria italiana ed europea".